Una calda domenica romana del 1946

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Una calda domenica romana del 1946

da ZERO » 13 luglio 2016, 11:08

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Una calda domenica romana del 1946


Voi non mi conoscete, ma io conosco tutti voi… Vi ho visti crescere uno ad uno… ragazzi e ragazze… Sissignori è la verità, sono ormai moltissimi anni che ho a che fare con voi.
Ovviamente non ve ne siete mai resi conto, ma ogni giorno entro con voi nei vostri uffici, nelle officine, le vostre classi, i negozi… seguo le vostre donne nei mercatini… i vostri ragazzi sui campetti parrocchiali mentre danno due calci al pallone… e li ascolto mentre parlano di ragazze… Ebbene si!… Parlano di ragazze… di quelle cose… e immagino avrete capito di cosa parlo… Sono cresciuti loro… e voi non ve ne siete ancora accorti… però credo sia il momento che proviate ad allargare i loro orizzonti… Lo so, con voi non è stato fatto, ma con loro dovrete farlo prima che scoprano tutto, anche le cose sbagliate, dai soliti amici troppo bene informati.

Di cosa m’immischio e chi sono io? Semplice… sono uno spiritello che… si avete capito bene… ho detto spirito, un essere immateriale… ovvero tutto e niente… Per la verità siamo in tanti a veleggiare nel cielo di Roma. Ognuno di noi ha un compito… e io… beh, e a me è stato assegnato l’ufficio di annotare le vostre domeniche.
Ovviamente voi non mi vedete, ma io vi vedo e appunto ogni vostro movimento domenicale.
Non ci credete, vero? Beh, non posso darvi torto, però se vogliamo riparlarne possiamo farlo domani, lunedì… e se proprio vorrete, potrete leggere il resoconto in sesta pagina del Messaggero… “Ieri… domenica”.

#

Oggi sarà la prima vera calda domenica di un luglio esageratamente parsimonioso, e come è facile immaginare la città si spopolerà.

Sono le sette del mattino, e i muri delle case, così come l’asfalto delle strade e i sampietrini delle piazze, sembrano essersi già disposti a sostenere pazientemente la calura del giorno.

L’alba, ormai lontana, compiuto il suo dovere lascia che i primi lucenti raggi del sole esordiscono illuminando i piani alti dei palazzi, per poi, lentamente, pigramente, iniziare a ravvivare persiane chiuse, balconi desolatamente solitari e borghi… vie e vicoli ove già s’accendono le voci di poche e frettolose persone… quasi tutte donne, e non certo giovanissime.
Dopo le prime messe del mattino la gente inizia a muoversi avanzando in fretta, con i volti già lustri di sudore, sui marciapiedi ancora in ombra.
Le donne, cariche di strani fagotti e di sporte stracolme, mentre gli uomini, con i braccio i più piccini ancora assonnati, sono decisi a non lasciarsi sfuggire nulla di quella prima gita domenicale.

Ecco! Ora intere famiglie vocianti gremiscono la stazione dei trenini per Ostia.

Sembra che tutti abbiano fretta, si gettano correndo verso le carrozze, entrano perfino dai finestrini.
Il caldo è già soffocante e gli uomini, pigiati come sono su quei sedili di legno si sciolgono in acqua… mentre le donne… le mamme, si felicitano d’essere arrivate in tempo.
I ragazzi, ormai del tutto svegli ed eccitati, non hanno più remore; le maestre, i professori… i sacerdoti dell’oratorio… tutti dimenticati, ed ora urlano di gioia chiamandosi e rispondendosi di carrozza in carrozza.
Hanno già i costumi indosso e allegramente ne sopportano il fastidio.
Quanta gioia… e pensare che per moltissimi di loro questa sarà la prima gita al mare della loro vita… quel mare che hanno iniziato a sognare da molti giorni e del quale conoscono già tutto… perfino che è pericoloso e che bisogna fare attenzione ai “cavalloni”.
Dio!… Se li vedeste…

Lentamente, già stanchi, i convogli portano verso il mare le centinaia di gitanti correndo sui terrapieni e salutano fischiando le case ancora assonnate.
Liberati dall'incubo cittadino entrano finalmente nelle campagne, dove un po’ d'aria asciuga il volto di chi s'affaccia boccheggiante ai finestrini.

Le otto del mattino; a quest’ora le strade della città sono del tutto deste, ma già disturbate da alcune rumorose e rare automobili che s'affrettano verso le periferie.
Se ne vedono di lussuose; scure, nel loro aspetto imponente… su cui riposano, come in piccoli troni volanti, belle donne dalle vesti leggere… e ve ne sono di vecchie e malandate; colme di uomini scamiciati, rossi in volto, ma felici di quella ricchezza… e tutte corrono verso le campagne… al mare, ai Colli Albani.

A volte capita che i conducenti debbano frenare e, silenziosamente, imprecare davanti a quelle madri che attraversano le strade trascinandosi dietro i loro bimbi carichi di cianfrusaglie e salvagente colorati… si proprio quelli comperati il giorno prima al mercato.
E allora, quelle automobili festive, che pochi istanti prima sembravano compiacersi di farsi notare e soprattutto temere dalla piccola gente, ora, con bugiarda disinvoltura, affrontano gli sguardi severi e i taciti rimproveri di quelle splendide tigri pronte a competere con l’universo… e sarà soltanto quando l’ultimo pargolo avrà lasciata la strada che ripartiranno lasciando sull’asfalto brandelli di pneumatici; e talvolta, a sera, qualcuna di loro non torna, come una farfalla che s'è bruciata al fuoco dell’imbecillità e di un'effimera gloria.

Sui lungo Tevere alcune reclute passeggiano seguendo, e masticando amaro, giovani domestiche dagli occhi grigi e celesti o scuri come l’ebano, che ridendo senz’alcuna necessità, si avviano verso l'esile frescura dei parchi e dei giardini.
Sul Tevere leggeri canotti si inseguono, sulle strade corrono ciclisti in gara, nel larghi prati di Villa Borghese si esibiscono animosi giocatori di quel nuovo gioco con un pallone ovale; e più in la, chitarre e fisarmoniche s’accordano per concedere libera gioia a giovani ricciuti e ragazze agghindate con abiti decisamente fuori moda.
Abiti delle mamme o delle zie… abiti di cinque o sei anni prima… di quando loro, le mamme e le zie, si divertivano con poco.

In cielo gira un aeroplano che trascina un festone colorato che reclamizza uno stabilimento balneare… ora quel rombo non fa più paura… Oggi è un giorno di festa.

Era ora che le gente provasse a dimenticare le carte annonarie, il mercato nero… le scarpe autarchiche, e tornasse a sorridere… Erano anni che una calda domenica d’estate non fosse goduta così pienamente… Treni e automobili avanzano nella campagna, attraversando borghi e tagliando quell’aria in cui, improvvisamente, s’ode uno scampanare profondo che per qualche istante sembra trattenere tutti in una dimenticata pace agreste.

Le automobili continuano a salire verso il verde dei castelli, dove brevi rupi d'erba molle e fresca e boschetti ombrosi invitano la gente a respirare.
I più ricchi si fermano nelle ville dove già suonano i grammofoni. Sulle piazze dei paesi, invece, i non più giovani giuocano alle carte e le donne, all'ombra dei nuovi alberi che dovrebbero sostituire quelli finiti in qualche stufa negli anni bui della guerra, ricamano scambiandosi impressioni su quelle schiere rumorose di gitanti che tutto osservano e ovunque invadono.

Il tempo corre verso le prime ore del pomeriggio… Ora gli uomini iniziano a discutere di sport… del Torino… della Lazio… accalorandosi più del necessario.
I meno ricchi conquistano i bar e le osterie per ascoltare attenti la voce fine e modulata di Nicolò Carosio… “ palla in calcio d’angolo… ora però il segnalinee fa notare all’arbitro che non si tratta di calcio d’angolo, ma fallo di fondo… ”

Tutti i colli brulicano di gente sudata, ma felice… e per ogni sentiero fra i boschi si smarriscono un uomo e una donna a svelarsi un reciproco amore, o per giuoco si rincorrono e di sorpresa si baciano.
Sul lago vanno barche senza gloria, gremite e lente che incrociano motoscafi veloci di gitanti che non vedono quella gente beata.

Ormai, in ogni prato o boschetto occupato dagli abitanti della città come da un esercito di conquistatori, inizia il conto alla rovescia; le donne cominciano a riporre pentole, ciotole, piatti, resti di pagnotte di pane raffermo e fiaschi desolatamente vuoti, mentre gli uomini, ormai perduta la brillantezza del mattino, sembra non abbiano più voglia di parlare… il lunedì si avvicina a grandi passi… e si torna al lavoro.

Il tempo continua a scorrere sempre più veloce.
Ora nel cielo si rincorrono alcune nubi bianche che, scese dai monti lontani, accompagnano verso la città il timido ponentino.
Quella è l’ora in cui anche per chi è rimasto in città inizia il respiro fresco e finalmente può abbandonarsi al nuovo stato di silenzio che, inconsueto, s'è fatto nelle strade.

Molte ragazze sono andate in gita con le famiglie e i ragazzi rimasti in città possono soltanto raggiungerle in quel clima tranquillo e propizio che nasce nei loro cuori.
In quelle calde pigrizie cittadine, compaiono le loro immagini svelte e leggere e loro, i ragazzi, ricordandone le carezze, si sentono angosciati d'essere lontani… ma poi sorridono vivaci al pensiero d’un loro imminente ritorno e alle felici giornate dell'autunno senza più gite.

Anche le ragazze partite sono malinconiche e a volte, in momenti delicati di tristezza, si abbandonano al ricordo di promesse e di eventi ancora impossibili.
Nei prati e nelle case che spuntano sulle pendici dei colli, altri ragazzi galanti tentano inutilmente di irrompere nei loro cuori, ma le inconsolabili ragazze pensano a chi è rimasto fra le mura infuocate della città, e con affanno amoroso vorrebbero consolare gli assenti, raggiungerli con una fresca carezza… un solo sguardo… un sorriso.

Ormai la giornata brucia gli ultimi fuochi tra sbadigli, sussurri e promesse.
Le ombre degli alberi sono ormai lunghe sul verde offeso e calpestato dei prati. Sulla sabbia ormai stemperata, le lunghe ombre degli ombrelloni chiusi, salutano gli ultimi irriducibili bagnanti.
Tra non molto la città sarà di nuovo invasa dalla folla che torna dalla gita.
E lui, il sole, stanco come un uomo che ha troppo viaggiato, si coricherà all'orizzonte coccolando gli ultimi saluti.
Nei borghi e nei lungo mare, ora risuonano, frettolosi, quasi impauriti, i motori delle auto nelle prime ombre della sera.

Ora il crepuscolo e qualche nottola precoce invitano al rientro.

Ecco! Ora tutti si avviano sotto i lampioni che si accendono sulla gente carica di fiori campestri, impolverata, stanca, bruciata dal sole della spiaggia, gli occhi spenti, le labbra inaridite dalla calura del giorno e le guance arrossate.

Pian piano, uno dietro l’altro, rientrano nelle case pronti a sostenere l’urto di una nuova settimana… Le donne, le mamme… le più stanche, prima accudiscono i più piccini e poi si riuniscono alla tavola con gli altri… ma ormai sono tutti svogliati da una stanchezza immensa che scende sulle palpebre e tormenta le gambe. Nessuno ha voglia di mangiare e ad ognuno par che la giornata si sia spesa invano, che si sarebbe goduta meglio riposando.

Soltanto coloro che non hanno partecipato alla gioiosa gita domenicale hanno ancora voglia di far confusione e nei bar commentano i risultati delle partite dando un occhio alla schedina della Sisal.

Questa notte le persiane rimarranno socchiuse sul buio, alla ricerca d’un filo d’aria che sappia rinfrescare le lenzuola.

E gli uomini, i giganti stanchi; esausti al pari dei bambini che già perduti nei loro sogni sorridono, si confortano tra la frescura delle lenzuola e l’ultima “Nazionale” della giornata… un bacio… buonanotte… e si riconoscono più calmi e sereni.

Bene, domani sarà un altro giorno. Arrivederci alla prossima domenica.

I.T. - Tema in classe di Cotrozzi Mario, Marzo 1949
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vaibhava das
 
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Re: Una calda domenica romana del 1946

da vaibhava das » 13 luglio 2016, 11:33

Dettagliatissima, l'esposizione, ambientatissima, l'immedesimazione. Il campo è quello, inconfondibile, romanesco del primo dopoguerra, caciarone bonario, cordiale e nel contempo (a Roma sanno conciliare) qualunquista e festoso, individualista ma socievole. Tra calcio, calce, calci, che importa, tanto, nella girandola delle acclamazioni di circostanza, secondo le commedie dal vivo italiche, la vita sarebbe una farsa. Oggi, la "Gazzetta romanesca", dal giornalaio, è romena. Il popolo dei Villa, Rascel, Sordi, Fabrizzi, Taranto, si votava a morire. Prima i vaniloqui beffardi si accavallavano numerosi come le onde del mare ostiense, adesso tacciono, perché, di tali frizzi, c'è la secca. Sarà il mar Nero, dove Ovidio si spense, in Dobrugia, a esplodere, e la partita sarà la Russia-U-occidente. Forse l'ultimissima.

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Re: Una calda domenica romana del 1946

da Giuseppe Novellino » 13 luglio 2016, 18:41

Nel complesso è un bel racconto, scritto in modo incisivo, pur nella sua impostazione strutturale un po' demodé (per così dire). Danno solo un po' fastidio (ma sono i miei gusti) tutti quei puntini sospensivi.
Mi ha fatto venire in mente il famoso film di Luciano Emmer del 1950: "Una domenica d'agosto".

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Re: Una calda domenica romana del 1946

da ZERO » 14 luglio 2016, 10:29

Grazie per i commenti.

Il demodè non è voluto, considera che questo racconto fu scritto a un ragazzino (io) di 13 anni (Compito in classe di terza media) nel 1949 e in quei tempi il modo di scrivere era quello che si adottava nelle scuole, ovvero circa 70 anni fa...per quanto riguarda i puntini di sospenzione è sempre stato un mio difetto fin da allora ed oggi non me ne sono liberato del tutto.
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Re: Una calda domenica romana del 1946

da Giuseppe Novellino » 14 luglio 2016, 18:56

Grazie per la precisazione. L'avevo intuito. Il termine demodé era comunque da me usato per indicare appunto un modo di scrivere d'altri tempi.

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Re: Una calda domenica romana del 1946

da stefanocona » 16 luglio 2016, 10:32

Un quadro documentale che vividamente rappresenta atmosfere personaggi usi e costumi dell'epoca.

Nel leggerlo, chiunque abbia vissuto quegli anni , si ritrova bambino sul trenino di Ostia o tra il verde delle colline circostanti Roma.

Stile di scrittura fedele, anch'esso, alle modalità narrative che ancora risentivano degli anni precedenti la guerra e che si ritrovano nelle rappresentazioni cinematografiche nelle voci narranti ( per es. Gino Cervi) che introducevano le storie raccontate nei film.

Suggestiona la famosa "Domenica d'Agosto" di Luciano Emmer che è stato incluso tra i 100 film da salvare. ( nonostante le critiche avverse dell'epoca)

Complimenti e grazie all'Autore per aver condiviso questa lontana Domenica estiva.

Evidenza meritata per le ragioni suesposte.

stefano
Stefano Antonio Mariano Cona


Mi feci tante domande che andai a vivere sulla riva del mare e gettai in acqua le risposte per non litigare con nessuno. ( Neruda)

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