Delenda Cartagho

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Delenda Cartagho

da Maxweb » 24 giugno 2017, 1:11

Un esercito di pensieri molesti si accalca alle frontiere della mia anima, vociando e spingendo forte per conquistare un posto in prima fila.
Come Cartagine per i romani, questo esercito riduce gli spazi vitali, frenando l’aspirazione a una felice espansione. Mi tiene stretto in una morsa. Limita le possibilità.
E’ come vivere ogni giorno chiuso nella stessa stanza, girando a vuoto alla ricerca della chiave con la quale aprire una delle decine di porte che vedo incastonate nei muri. Chissà su quali spazi possono aprirsi. Maniglie serrate alla speranza.
La metto giù troppo tragica?
Certo, il panorama quotidiano risulta sensibilmente più ampio di quattro mura tese a fronteggiarsi: c’è un meraviglioso tramonto ad attendermi oltre l’orlo della finestra. Un grande mare poco distante e lunghe passeggiate a tratteggiarlo. Migliaia di facce da esplorare, e meravigliosi culi per strada disegnano nel loro incedere il numero otto infinito. Irraggiungibile. E’ bello anche solo guardare. Al momento stabilito, lampade sapientemente disposte si accendono per strada, illuminando questo mondo di cartoni animati. A parte i telegiornali, i motorini strombettanti, le auto esalanti forti getti di carbone bianco, vaporoso e ossidante, e la consapevolezza dell’estrema impossibilità di riuscire a raggiungere almeno uno di quei culi ondeggianti, questo giorno potrebbe essere perfetto.
Cala la sera e il rumore delle prime saracinesche che si abbassano mi prende alle spalle. Il sole tramonta a una distanza terribile, inconcepibile. Tra non molto le stelle inizieranno a pulsare coprendo una distanza ancora maggiore – tiro un sorso di sigaretta e strabuzzo gli occhi. Intorno a me, scopro di nuovo, tutto mi parla di una esistenza infinita dove tutto può esistere e in effetti, io credo, tutto realmente esiste. E la ripetizione è voluta. Tutto.
La consapevolezza che ogni più splendida speranza sia semplicemente a portata di mano cozza con violenza, ancora, contro uno dei tanti pensieri molesti: guarda caso, proprio quello adatto a frenare la precedente consapevolezza. Ma era tale?
Una consapevolezza. Cos’è?
Qualcosa di simile a una speranza, forse. Un movimento dell’anima che tende all’ennesima delusione.
Per quanto mi sforzi di considerare l’universo quale matrice pronta a formarsi per disegnare le mie aspettative, modificandosi alla bisogna, mi trovo sempre a sbattere con forza la testa contro solidi muri. Questi muri sono formati dai miei pensieri, non c’è dubbio al riguardo. Nella maggior parte dei casi ottengo quel che temo. Perché la maggior parte delle mie aspettative dimora nel campo infinito delle paure. Non che io voglia questo, è chiaro. Credo sia un atteggiamento al quale mi hanno educato, indottrinato, esposto sino alla profonda e inconscia accettazione. Ci sono percorsi, nella mia testa, che si sono formati in anni remoti; tracciati di sinapsi dalla facile accensione. Rombano felici, lavorano nella convinzione di fornirmi aiuto. Scansionano e ripetono le solite consunte forme pensiero.
I pensieri molesti.
Forse dovrei ammettere che a mio sfavore gioca una perniciosa forma di pigrizia, mentale e fisica. L’ho ammesso tante volte, posso farlo di nuovo. Lo vedo bene che si tratta di un gioco triste e poco soddisfacente, tuttavia mi piace giocarlo spesso. E’ anche questo un percorso ben radicato nella mia mente. Magari in qualche modo mi fornisce una forma di gratificazione. Forse mi piace sentirmi vittima, e ascoltare il pianto della mia anima elevarsi contro l’universo ostile. E raccontarmi che non posso farci niente. Gli dei ridono di me, sempre pronto a subire passivamente il peso di forze che non comprendo.
Poi mi ribello, pensando che vivo una realtà frutto essenziale dei miei errori. Di scelte sbagliate. Del cedere ai pensieri molesti. Della supina accettazione di una qualche forma di mediocrità.
Sono in un vicolo cieco; sorrido.
Ho bene in mente l’elenco degli atteggiamenti da evitare, delle decisioni da fare mie con felice slancio teso a concretizzare le più fervide aspettative. Ma la maggior parte del tempo mi sento come un’ochetta di plastica in una vasca da bagno, mezza piena. Mi guardo intorno e vedo sponde altissime, e lisce. Ed io sono senza gambe, privo di braccia, galleggio ma soltanto leggermente ondulando e beccheggiando; in realtà, immobile. La luce in alto è lontanissima, e ad intervalli regolari si ostina a tramontare. Lasciandomi al buio.
Ogni volta che l’ultima scintilla si affossa dietro l’orizzonte, penso che un altro giorno è passato. E se esiste solo il presente, e se solo nel presente è possibile modificare qualcosa, oggi ho ancora fallito.
Mi guardo intorno, nell’intimo pervaso e persuaso dalla intramontabile retorica di un film famosissimo. Domani è un altro giorno.
Per quanto riguarda il resto, credo che Cartagine debba essere distrutta.
Il tuo scintillio guida il viaggiatore nel buio, benché io non sappia cosa tu sia, scintilla, scintilla, piccola stella

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