ROCCO, SCOTELLARO ROCCO Poeta contadino e contadino Poeta -

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ROCCO, SCOTELLARO ROCCO Poeta contadino e contadino Poeta -

da Rosario » 11 luglio 2015, 14:06

ROCCO, SCOTELLARO ROCCO
Poeta contadino e contadino Poeta - Sindaco Socialista -Sudista militante



Passaggio alla città

Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.
Addio, come addio? Distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata.



Le viole sono dei fanciulli scalzi

Sono fresche le foglie dei mandorli
i muri piovono acqua sorgiva
si scelgono la comoda riva
gli asini che trottano leggeri.
Le ragazze dagli occhi più neri
montano altere sul carro che stride,
Marzo è un bambino in fasce che già ride.
E puoi dimenticarti dell’inverno:
che curvo sotto le salme di legna
recitavi il tuo rosario
lungo freddi chilometri
per cuocerti il volto al focolare.
Ora ritorna la zecca ai cavalli,
ventila la mosca nelle stalle
e i fanciulli sono scalzi
assaltano i ciuffi delle viole.



La trebbiatura

Cessa il motore della trebbia,
le foglie del granturco tremano,
il paese è nella trama bruna.
Case, madonne incagnate,
dormiremo alla mèta della paglia,
già il cielo si frastaglia,
nel contrasto dei venti
nasce per noi la punta della luna.




Per il camposanto

Quando passo, per la passeggiata,
avanti il tuo cancello,
papà mio bello
che stai di casa oltre la murata,
allora c'è la pica, se è sera, che ride,
sono scostumato ché non ti saluto:
mi rimandavi indietro sulla porta,
avevi ospiti e forestieri,
perché imparassi a dirti buonasera.




Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.




Ho perduto la schiavitù contadina


Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse del tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio "sorriso.
Addio, come addio? distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?
Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di Luglio, calda che l'aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l'altro mi visitò .
Ho perduto la sçhiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.
La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c'era la nostra luna,
e non c'era la tavola nera della notte
e i monti s'erano persi lungo la strada.






I pezzenti

E' bello fare i pezzenti a Natale
Perché i. ricchi allora sono buoni;
è bello il presepio a Natale
che tiene l'agnello
in mezzo ai leoni.




GIOVANI COME TE

Quanti ne fissi negli occhi
superbi della strada, erranti
giovani come te.
Non hanno in ogni tasca
che mozziconi neri
di sigarette raccattate.
Non sanno che sperdersi
davanti alle lucide vetrine
alle dicende dei bar
ai tram in rapida corsa
alla pubblicità
padrona delle piazze.
Tanto perché il tempo si ammazzi
cantano una qualsiasi canzone,
in cui si chiamano fuorviati, si dicono
amanti del bassifondi
e si ripagano di comprensione.
Una canzone è per covare insano amore
contro le ragazze cioccolato
che sono un po’ le stelle sempre vive
che sono la speranza
d’una vita sorpresa in un sorriso.
E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivi.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Sono coi facchini di porto
contenti della faccia sporca
e le braccia penzoloni
dopo che il peso è rovesciato.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d’esistenzialismo
giovani malati come te di niente.
Spiriti pronti a tutte le chiamate
angeli maledetti
coscritti e vagabondi,
compagni dei cani randagi,
la nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d’estate,
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all’Uomo che saremo
e che ci aspetta
alla Cantonata
con falce e libro in mano!
Napoli, giugno 1946



Ho capito fin troppo

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl'intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent'anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d'oro, luna piena, le nevi dell'inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.


Sempre nuova è l’alba

Non gridatemi più dentro,
non soffìatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.
Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all'ilare tempo della sera
s'acquieti il nostro vento disperato.
Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna
l’oasi verde della triste speranza
lindo conserva un guanciale di pietra...
Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova.









ROCCO SCOTELLARO (Tricarico 1923 – Portici 1953)
È uno dei maggiori poeti e intellettuali lucani impegnato nel vivo delle problematiche del secondo dopoguerra. Animato da una forte carica morale e ideale, profusa nella sua produzione letteraria e nell’impegno politico, ha assunto il valore emblematico delle lotte per il riscatto del popolo meridionale. Dopo gli iniziali studi presso il Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e a Cava de’ Tirreni, e la frequenza della prima liceale al Regio Liceo-Ginnasio “Q. Orazio Flacco” di Potenza, la sua formazione culturale e politica si delineò tra il 1940 e il 1941 a Trento, dove conseguì la maturità classica al “G. Prati” sotto la guida di Bruno Betta e di Giovanni Gozzer (antifascista di formazione cattolica), e dove ebbe i primi contatti teorici col socialismo. Maturò il suo pensiero nei drammatici anni 1943-1944 vissuti in Basilicata, terra di confinati politici come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria, Camilla Ravera, Emilio Sereni, Franco Venturi, Guido Miglioli e di ebrei internati, ma anche regione che, dopo l’8 settembre ’43, avviò in anticipo rispetto al centro-nord d’Italia il processo di democratizzazione della vita civile e politica in un clima irto di difficoltà e di tensioni. Segnalato da Eugenio Colorni, confinato a Melfi, come «un ragazzo su cui si poteva contare» quando in regione si sarebbero ricostruiti i partiti di sinistra, Scotellaro il 4 dicembre 1943 si iscrisse al Partito Socialista Italiano. Il giorno di Natale dello stesso anno fondò a Tricarico la sezione “Giacomo Matteotti” del PSI, che sotto la sua guida si rivelò attivissima nella fase di passaggio dal fascismo alla repubblica. Tenne decisivi contatti con gli ambienti antifascisti lucani e fu designato membro del CLN della provincia di Matera. Intenso fu l’impegno politico-sindacale a livello regionale e comunale. Promosse la costituzione di leghe aderenti alla Camera del Lavoro. A Tricarico, attraverso i consigli di borgo, creò un forte consenso soprattutto tra i contadini e i braccianti. In occasione del 1o maggio 1944 pronunciò un accorato discorso nella piazza di Tricarico, inviandone una cronaca all’«Avanti!». Nel richiamare gli ideali della solidarietà internazionale, del lavoro e della riconquistata libertà, egli pose l’accento sulla necessità della «rieducazione morale e politica del popolo». Nel giugno dello stesso anno, promosse un’imponente manifestazione per commemorare l’uccisione di Giacomo Matteotti, seguita da un comizio popolare, la cui cronaca fu pubblicata su «Il Lavoratore». L’attivo coinvolgimento nella vita del partito (partecipò al Congresso nazionale del PSIUP svoltosi a Firenze l’11-17 aprile 1946 alla vigilia delle elezioni per la Costituente e dell’indizione del referendum istituzionale) culminò il 20 ottobre 1946, nel corso della prima democratica votazione amministrativa del dopoguerra, nella sua elezione a sindaco di Tricarico per lo schieramento del Fronte Popolare Repubblicano (PSIUP, PRI, Pd’A, PCI). Questa sua prima Amministrazione (24 novembre 1946 – 18 aprile 1948) si contraddistinse per il coinvolgimento del popolo nella risoluzione dei problemi e per la realizzazione di opere concrete a favore della popolazione, come la fondazione di un ospedale a Tricarico, il terzo all’epoca esistente in Basilicata, inaugurato il 7 agosto 1947. Pose, inoltre, grande attenzione al lavoro (nel gennaio 1947 l’esecutivo nazionale del PSI lo aveva nominato ispettore regionale per il lavoro giovanile in Basilicata) e, attraverso la costruzione dell’edificio scolastico e l’apertura di scuole per adulti, alla lotta contro l’analfabetismo, tappa fondamentale del processo di elevazione culturale e democratica dei popoli. All’indomani della sconfitta elettorale delle Sinistre in Italia (18 aprile 1948), la sua amministrazione entrò in crisi ed egli si dimise. Rieletto nelle successive Comunali per le quali si presentò nella lista dell’Aratro e la dizione di Fronte Democratico Popolare (PSI, PCI e Indipendenti), iniziò la sua seconda Amministrazione (28 novembre 1948 – 8 maggio 1950, data quest’ultima delle sue dimissioni dopo il proscioglimento dalle accuse di concussione, per le quali dall’8 febbraio al 25 marzo 1950 aveva subito il carcere). Fu quello per la Basilicata il periodo della più accesa lotta per il possesso della terra da parte dei contadini e dei braccianti e molti latifondi furono occupati anche a Tricarico. Scotellaro fu tra i protagonisti di quelle rivendicazioni, ma anche il poeta e lo studioso di quel mondo contadino ormai al tramonto. Da sindaco deliberò l’adesione alla Assise per la Rinascita della Lucania, che si svolse a Matera il 3-4 dicembre 1949, la costruzione della strada Tricarico-Matine, l’affidamento all’architetto Ettore Stella di Matera della progettazione della nuova casa comunale. Assistette alla cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione dell’edificio scolastico del paese, alla presenza dell’on. Emilio Colombo, sottosegretario di Stato per l’Agricoltura e Foreste, e del vescovo di Tricarico Raffaello delle Nocche. Dopo le vicende dell’ingiusto carcere, nel 1950 lasciò la politica attiva e, su invito di Manlio Rossi-Doria, che dirigeva l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici, si dedicò alle ricerche preliminari per il Piano di Sviluppo Regionale per la Basilicata, commissionato dalla SVIMEZ, curando la parte relativa ai problemi della scuola. Nel contempo partecipò alle indagini sulla civiltà contadina in Lucania, condotte da George Peck, Friederick G. Friedmann, Ernesto De Martino e lavorò su un’ampia ricerca sulla cultura dei contadini meridionali, affidatagli da Vito Laterza. Profondo fu il suo legame con Carlo Levi, Rocco Mazzarone e il Movimento di Comunità di Adriano Olivetti.Aperto al dibattito culturale italiano dell’immediato dopoguerra, ha lasciato un «centinaio di liriche che – a giudizio di Eugenio Montale – rimangono le più significative del nostro tempo». Alla poesia, (É fatto giorno, Milano, Mondadori, 1954 - Premio Viareggio, oggi raccolta nell’opera omnia Rocco Scotellaro, Tutte le poesie. 1940-1953, a cura di Franco Vitelli, Milano, Mondadori, 2004) si affianca la prosa con Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1954, una raccolta di testimonianze di vita di contadini meridionali e con il racconto autobiografico L'uva puttanella, Bari, Laterza, 1955. Seguono le prose giovanili di Uno si distrae al bivio (prefazione di Carlo Levi, Roma-Matera, Basilicata Editrice, 1974) e di Giovani soli a cura di Rosaria Toneatto (prefazione di Leonardo Sacco, Matera, Basilicata Editrice, 1984). Lo spessore della produzione poetica di questo «precoce e sfortunato maestro del nostro neorealismo», tradotta in varie lingue, emerge sui fermenti della sua terra e del suo tempo, per raggiungere toni lirici di portata universale (R. Scotellaro, Tutte le poesie. 1940-1953, a cura di Franco Vitelli).

LINK http://www.centrodocumentazionescotella ... ellaro.asp
“Nulla è più pericoloso e mortale per l'anima che occuparsi continuamente di sé e della propria condizione, della propria solitaria insoddisfazione e debolezza.”
Hermann Hesse

L'Io è odioso.
(B. Pascal)

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Re: ROCCO, SCOTELLARO ROCCO Poeta contadino e contadino Poe

da vaibhava das » 11 luglio 2015, 15:34

Avemmo nostalgia dei pii Borboni,
col ciuccio incedevamo ve'l frantoio,
acclami noi si usavan tra garzoni.....

la pizza si condiva, con tanto òijo.


Evviva i maccaroni
vulimmo li Borboni,
evviva Pulcinella,
ballamm' a tarantella. ...e le lancette del seriometro indicano danzando anch'esse: durante le farse non sanno se alzarsi o abbassarsi.

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Re: ROCCO, SCOTELLARO ROCCO Poeta contadino e contadino Poe

da galatea belga » 12 luglio 2015, 11:46

grazie, grazie...le prime due non le dimenticherò mai , anzi non voglio dimennticarle !

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Re: ROCCO, SCOTELLARO ROCCO Poeta contadino e contadino Poe

da LidiaG » 13 luglio 2015, 5:12

Sento delle affinità elettive fra te e questo poeta-anche lui ahimè nuovo per me - grandiose, nella loro chiarezza, le poesie che hai pubblicato in questo spazio, belle, bellissime tutte. Ci sarebbe molto da dire su ognuna di esse
mi ha colpito, non perchè migliore delle altre Ho capito fin troppo
ma perchè l'avverto quasi come una premonizione della morte prematura.
Grazie
"C’è una foresta vergine in ciascuno di noi in cui preferiamo addentrarci da soli. Avere sempre la solidarietà, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi, sarebbe intollerabile."
Virginia Woolf "Collected Essays"


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