ANNE SEXTON -Ecco un’altra delle donne che avrei voluto cono

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ANNE SEXTON -Ecco un’altra delle donne che avrei voluto cono

da Rosario » 13 luglio 2015, 10:22

Attrice di sè: Anne Sexton

"Sono un'attrice nel proprio dramma autobiografico".
Anne Sexton

Nasce nel 1928 a Newton, presso Boston, Anne Gray Harvey, poi conosciuta come Anne Sexton. "Bella e dannata, sexy e infantile, sposata e sciupamaschi, indifesa ed esibizionista, plurisuicida con un incrollabile senso dell'umorismo, autodidatta e docente universitaria, atea e religiosa…". Così la definisce Rosaria Lo Russo curatrice e traduttrice di volumi sulla Sexton. E a questo punto sembra già di aver detto tutto (e il contrario di tutto) di una poetessa scandalosa e folle, senza false inibizioni, che suscitò scompiglio nell'America del suo tempo.
Il libro della follia - Taccuino della morte - Con pietà per gli avidi - Carte di Gesù - Angeli delle storie di sesso - Il tremendo remare alcuni dei titoli dei suoi libri.
Irrequieta, disordinata, sempre innamorata, sempre inadeguata agli standard di figlia, casalinga, moglie e madre. Sempre troppo presa da sé, dal suo aspetto, dal sottile filo di follia che, da sempre, avvolge la sua vita. Alcool e psicoanalisi. Amore e angoscia. Teatro e manicomio. Maxine Kumin e Sylvia Plath. Dio. I suoi amici.
"Stavo tentando l'impossibile per condurre una vita tradizionale… ma non si possono costruire piccole palizzate bianche per tenere lontani gli incubi. La superficie si spezzò quando avevo circa 28 anni. Ebbi un attacco di panico e tentai di uccidermi".
É il 4 ottobre del 1974, l'anno del suo divorzio. Quasi la vedo mentre indossa una vecchia pelliccia della madre e si chiude in garage. Entra in macchina, accende la radio poi il motore e chiude gli occhi affidandosi all'abbraccio eterno del monossido di carbonio.
Fine di una storia.
Non ci è mai dato sapere cosa si nasconde dietro ad un gesto estremo. Possiamo fare illazioni, supposizioni...
L'unica ragione certa di un suicidio è il dolore.
Link: http://www.encanta.it/poesie_racconti.html






Notte stellata

La città non esiste se non dove un albero
dai capelli neri scivola via, come una donna
annegata nel cielo caldo.
Tace, la città. Bolle la notte, con dieci
e una stella.
Oh notte stellata, stellata notte!
È così che voglio morire.
Si muove. Sono tutti quanti vivi.
Quando la luna rompe le catene
arancioni che la legano e spruzza
bambini dai suoi occhi, come un dio,
il vecchio serpente, senza esser visto
divora le stelle. Oh stellata notte,
notte stellata!
È così che voglio morire:
in questa strisciante bestia notturna,
risucchiata tutta dentro nel grande
drago, separata
dalla mia vita senza una bandiera,
senza pancia né grido.



VERSI PER UNA CAMICIA DA NOTTE ROSSA

No, non proprio rossa,
ma del colore di una rosa che sanguina.
E’ un fenicottero sperduto,
da qualche parte detto Rosa Schiaparelli
e non direi rosa, ma color sangue
caramella cuoricini di cannella.
Ondeggia come mantelli negli impeccabili
villaggi di Spagna. Direi una falda
di fuoco e disotto, come un petalo,
una guaina rosa, tersa come pietra.
Direi una camicia da notte di due colori
e di due falde che fluttuano dalle
spalle le membra fasciando.
Per anni la tarma li ha bramati
ma questi colori sono cinti da silenzio
e animali larvati ma brucanti.
Si potrebbe immaginare piume e
non averne cognizione. Si potrebbe
pensare alle puttane e non figurarsi
le movenze di un cigno. Si potrebbe
immaginare il tessuto di un’ape,
toccarne i peluzzi e avvicinarsi all’idea.
Il letto è devastato da tali
dolci visioni. La ragazza è.
La ragazza spicca aleggiando
dalla camicia da notte e dal suo colore.
Ha le ali legate sulle
spalle come bendaggi.
Adesso la farfalla la possiede,
copre lei e le sue ferite.
Non l’atterriscono
begonie o telegrammi ma
certo questa camicia da notte ragazza,
questa mirabile creatura alata, non si avvede
di come la luna l’attraversi
fra due falde galleggiando.



COME BALLAVAMO

La sera del matrimonio di mio cugino
ero vestita di blu.
Avevo diciannov’anni
e ballammo, Padre, andammo in orbita.
Un movimento ondulato
come d’angeli in vasca da bagno
l’ondeggiamento di due uccelli infuocati
l’ondeggìo lento del mare in bottiglia,
sempre più lentamente ondulante.
L’orchestra suonava
“Come ballavamo la sera delle nostre nozze”,
nelle volute del walzer mi portavi
rigirandomi come la mensola in cucina,
ed eravamo cari,
tanto cari.
Ora che sei rigido
inutile come un cane cieco,
ora che non puoi più scrutarmi,
la canzone mi risuona nella testa.
Puro ossigeno fu lo champagne che bevemmo
e il tintinnìo dei bicchieri nel nostro cin cin.
Lo champagne respirava come un sub
e i bicchieri furono cristallo e la sposa
e lo sposo avvinghiati nel sonno,
come una coppia alle vecchie maratone danzanti.
Mamma ballò con venti uomini, faceva la bellona.
Tu ballavi solo con me, senza dire una parola.
Ma il serpente parlò
quando m’hai stretta più forte.
Quel serpente, beffardo
si destò al contatto
s’eresse come un grande dio.
E noi, l’una dell’altro
i colli reclini attorcigliammo
come due cigni solitari.




IL PESCE CHE CAMMINAVA

Da valve d’ostriche
e da scompiglio d’alghe,
dalle lacrime di Dio,
da maree che sfigurano,
egli venne.
Un cacciatore di radici divenne
e respirava come un umano.
Scarmigliato uscì dalle sterpaglie
e fu conosciuto dal cielo.
Io gli stavo appresso e lo guardavo.
Chiedo scusa, disse,
ma tra di voi ci sono i subacquei,
avete ami e reti,
allora perché io non dovrei
entrare nel vostro elemento per un momento?
Anche se camminare qui è strano
e mi sento insolitamente goffo,
e sgraziato.
Non c’è ritmo
in questo paese di polvere.
Ed io gli dissi:
di un certo paese
da cui fui smarrita
posso rievocare qualcosa…
ma la luce di cucina
intanto l’impedisce.
Eppure c’era una danza
quando impastavo il pane,
c’era una canzone che mia madre
soleva cantare…
E il sale della pancia di Dio
dove galleggiavo in una tazza di tenebre.
Ho nostalgia del tuo paese, pesce.
E il pesce replicò:
tu devi essere una poetessa,
una signora di mala fortuna,
che desidera essere quel che non è,
che si strugge per essere
soltanto una figura.



Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta carponi tutto il giorno
a strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c'entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.



Diciotto giorni senza te
1 dicembre

Al bacio d'addio
eri un poco accigliato.
Ora le luci di Cristo
scintillano sulla città.
Le spighe nel campo sono spezzate,
spezzate e imbrunite.
A fine d'anno lo stagno
abbassa la palpebra grigia.
Scintillano sulla città
le luci di Cristo.

Verde-gatto il ghiaccio s'adagia
sul prato di fronte a casa.
La cicuta è la sola cosa
giovane che resta. Te ne sei andato.
Stanotte sotto le coperte ho svernato
senza dormire finché venne l'alba
come un imbrunire e foglie di quercia
frusciavano come soldi, ostinate.
La cicuta è la sola cosa
giovane che resta. Te ne sei andato.



Quando l’uomo entra nella donna

Quando l’uomo
entra nella donna
come l’onda scava la riva,
ripetutamente,
e la donna, godendo, apre la bocca
e i denti le luccicano
come un alfabeto,
il Logos appare mungendo una stella,
e l’uomo
dentro la donna
stringe un nodo
perché mai più loro due
si separino
e la donna si fa fiore
che inghiotte il suo gambo
e il Logos appare
e sguinzaglia i loro fiumi.

Quest’uomo e questa donna
con la loro duplice fame
hanno cercato di spingersi oltre
la cortina di Dio, e ci sono
riusciti per un momento,
anche se poi Dio
nella sua perversione
scioglie il nodo.


Canto di luna, canto di donna

Vivo di notte,
mi sento morire la mattina,
vecchia lampada dall'olio consunto,
pallida ossuta emunta,
nessun prodigio o strabilianza.
Io sono malconcia e sfigurata
ma tu nell'armatura sei possente
e devo predispormi al tuo passaggio.
Io fui sempre una vergine
vecchia e butterata.
Prima che il mondo fosse io fui.

Son stata arancia dai pori dilatati
color carota e grassa sfatta,
contemplata dagli attoniti
ho lasciato calare le mie O crettate
sui mari di Venezia e di Mombasa.
Sul Maine mi sono riposata.
Come un jet nel Pacifico sono precipitata.
Sul Giappone fui spergiura.
Ho lasciato che il pendolo oscillasse,
la mia borsa rigonfia, la mia luce
dorata, dorata intermittenza
su voi tutto baluginasse.

Così se devi inquisirmi, fallo.
Dopotutto non sono artefatta.
Lungamente ti ho guardato,
d'amor panciuta o vuota
mostrando senza fine le mie fasi alterne
a te, a te mio freddo freddo
uomo tuta.
Tu devi solo chiedere, e te lo concederò.
E' praticamente garantito,
tu marcerai su me in me caserma.
Oh vieni veleggiando, vieni veleggiando
o tu lanciarazzi
o tu terrapieno
o tu proggettatore.
Sigillerò la beltà del mio grand'occhio,
quartier generale di un distretto,
casa di un sogno.





Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.







<< Ecco un’altra delle donne che avrei voluto conoscere. La poetessa e scrittrice Anne Sexton è morta suicida il 4 ottobre del 1974. Avevo appena quattro anni e ne sarebbero trascorsi molti, molti altri prima, di sentir parlare della sua contemporanea Sylvia Plath, che era sua amica, e della sindrome bipolare che le aveva colpite entrambe.
Anne Sexton si sposò giovanissima, probabilmente per fuggire da un contesto familiare violento e da un percorso di studi ostico, a causa delle difficoltà di concentrazione e dei suoi primi disturbi non diagnosticati.
La poesia e la scrittura furono il suo rifugio dalla malattia e la sua fama sconfinò presto oltreoceano e la portò a vincere nel 1967 il Premio Pulitzer per la poesia. Alcune sue raccolte (Poesie su Dio e Poesie d’amore) sono pubblicate in Italia dalla casa editrice Le Lettere.
A volte mi chiedo, da lettrice, se non ci siano delle malattie particolarmente rappresentative della condizione femminile, dell’impossibilità di poter essere intera, una, senza per questo essere crocifissa dal presunto amore delle famiglie, dalla moralità del contesto sociale in cui si vive, dagli schemi ricorrenti in cui l’essere umano si muove per poter mantenere l’illusoria certezza di un senso.
Anne Sexton nei suoi versi parlò delle donne in modo esplicito, trattando temi considerati imbarazzanti e moralmente inaccettabili come l’aborto, le relazioni extra coniugali, l’autoerotismo.
Oggi storciamo il naso sentendo parlare di poesia confessionale eppure lei, come la Plath, ne furono un emblema. Non erano però i loro versi dei diari in frasi spezzate, ma la possibilità di eleggere il singolo essere umano narrante a soggetto/oggetto poetico e di esplorazione.
La vita di una donna, le sue passioni, le sue paure, la malattia, gli istinti suicidi, avevano la stessa nobiltà di temi considerati universali. Nel dolore di Anne Sexton come nel suo desiderio, nella sua impossibilità di definire la morte che desiderava, ritroviamo anche il nostro dolore e i nostri desideri.
I grandi poeti sono uno specchio per ogni lettore, ma le poetesse e le scrittrici hanno un bonus in più perché la loro voce diventa quella di tutte le donne inascoltate e messe a tacere. Dei dolori che non hanno patria e riconoscimento.
Comporta sofferenza e ammirazione rendersi conto che molte di queste donne hanno pagato con il corpo e con la vita: Alda Merini, Virginia Woolf, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli e, appunto Anne Sexton. (…)>>
Dal LINK http://blog.graphe.it/2014/10/04/anne-s ... e-bipolare



Altri link

http://www.polimniaprofessioni.com/rivi ... za-intima/

https://it.wikipedia.org/wiki/Anne_Sexton

http://www.criticaletteraria.org/2010/0 ... -anne.html
“Nulla è più pericoloso e mortale per l'anima che occuparsi continuamente di sé e della propria condizione, della propria solitaria insoddisfazione e debolezza.”
Hermann Hesse

L'Io è odioso.
(B. Pascal)

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Re: ANNE SEXTON -Ecco un’altra delle donne che avrei voluto

da f.almerighi » 13 luglio 2015, 11:49

avrei voluto conoscerla anch'io :mrgreen:

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Re: ANNE SEXTON -Ecco un’altra delle donne che avrei voluto

da LidiaG » 14 luglio 2015, 9:26

Quando leggo autori come la Sexton ed altri che tu pure hai nominato, torna prepotente la domanda su cosa sia la "normalità"
Grazie per questa pagina
"C’è una foresta vergine in ciascuno di noi in cui preferiamo addentrarci da soli. Avere sempre la solidarietà, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi, sarebbe intollerabile."
Virginia Woolf "Collected Essays"


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