La Zingara del Cerchio Magico

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M.Sant
 
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La Zingara del Cerchio Magico

da M.Sant » 9 gennaio 2015, 12:31

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La Zingara del Cerchio Magico

La vita mi serve per morire.
All’età di dodici anni avevo già vissuto abbastanza da non avere nulla da rimpiangere se fossi morta.
A quell’età avevo già due figli e scrivevo.
Per comprendere ciò che scrivevo mi occorreva leggere e rileggere: addirittura certe volte solo con
l’aiuto di Dio non mi prendeva un colpo, perché mi capitava di trovare parole non scritte da me.

La storia che sto per narrare è vera.
E’ la storia degli usi e costumi dell’Isola di Fuoco e di Sale,

Quando ero piccola, mia nonna, prima di andare a letto mi lavava i piedi ed io le baciavo le mani
e poi ci inginocchiavamo, le ultime parole erano rivolte alla terra e al grano.
Non è che mia nonna fosse religiosa, ma era un modo rispettoso d’inchinarsi alla madre che tutto incurva.

La preghiera al grano era per via del brusio del mulino, nel periodo della macinazione del grano,
il mulino diventava la fonte principale di conversa, seduti sotto il castagno, nell’attesa che il
vento distendesse le vele, per farsi sentire come un battito del cuore su tutta l’Isola.

Il rumore della pietra macinatrice (mò) del molino, era come un compendio sublimato del rumore del vento. Forse una reminiscenza del culto per la semina del grano e della associazione farina-fame/vento–sazietà.

Era usanza che i bambini appena nati fossero esaminati dalla testa ai piedi, per accertarsi della loro perfezione.
Gli uomini per primi verificavano il nascituro, mentre le donne pregavano perché il bimbo avesse uno dei tanti segni
tra quelli considerati augurali e di un buon destino; al rituale non era ammesso nessun bambino.

Quando io sono nata, un segno era molto visibile; la singolarità del mio ombelico: aveva tutto intorno un cerchio
di peluria che nel tempo sarebbe diventata nera e piuttosto ispida.

Due ore dopo la mia nascita mia madre diede alla luce un’altra bimba.
A quel punto, dato che le due piccole erano identiche, gli uomini impiegarono più tempo a cercare la differenza
tra le due; la tradizione voleva che alla nascita di gemelli uno dei due neonati fosse dato in sacrificio al santo patrono.

Era stata mia nonna nove mesi prima a fare incontrare i miei genitori e a praticare il rito per auspicare loro la
benedizione di avere molti figli.
Questa regola era basata, ovviamente, sulla credenza che lozioni e bevande preparate con le erbe adeguatamente
distillate, favorissero la riproduttività della coppia.

Fra le persone più anziane, mia nonna era l’unica a custodire il segreto nel preparare con delle radici, un tonico
al fine di ostacolare la nascita di gemelli.

Era diffusa l’idea che i bambini gemelli portassero sfortuna ai genitori e ai fratelli più piccoli; per evitare una simile
disgrazia la sere in cui la coppia voleva avere dei rapporti sessuali, la donna doveva cospargersi il corpo con degli
unguenti e alcuni fiori simbolo delle piante simili al pene, come il banano, il papavero e altri.
Mentre il marito, con un colpo del suo membro,spazzava via i petali di fiori messi fra le gambe della moglie.

Avendo mia madre partorito due gemelle, mio padre fece allontanare la nonna di casa, togliendole per quel
motivo il potere divinatorio di benedire gli sposi.
La nonna, disperata, cominciò ad errare per tutta l’Isola in cerca dell’anziano curandero, affinché trovasse
il modo di convincere mio padre a salvare le due bambine.
Comunque le due bambine furono nuovamente osservate, prima dagli uomini e poi dalle donne.

Il rituale consentiva loro di prenderle in braccio, di baciarle ed infine di deporle nella culla scambiandole di posto.
Fu uno degli uomini ad individuare i segni premonitori, per una la salvezza e per l’altra la condanna a morire
quel giorno stesso.
Prima del sacrificio, le diedero il nome Celeste, il colore dei suoi occhi era l’unica sua colpa per non poter vedere
il sole di maggio.

Diversamente, di questa mia singolarità se ne parlò per molti anni; ero diventata motivo di studio e di lunghi
dibattiti fra gli anziani, che dopo avere visto ogni sorta di anormalità sia nei bambini sia negli animali,
non avevano mai visto una creatura nascere con un ombelico aureolato di peluria.

La curiosità della nonna aumentava con gli anni, lasciando i miei genitori indifferenti, poiché appena avessi
compiuto nove anni mi avrebbero fatta sposare con la persona a cui ero stata promessa fin dalla nascita.
Qualsiasi iettatura mi portassi addosso, dopo quella data non era più un problema loro.

Il mio nono anno era ormai iniziato e si presentava particolarmente caldo.
Mi hanno trovata a girovagare per i campi, che mi lavavo con l’acqua fangosa, dove solo gli animali
potevano usare quelle acque per dissetarsi.

Quando il pastore mi trovò e vide lo stato in cui ero, scappò dritto in paese a divulgare la notizia della
mia malattia. Il mio ombelico emanava una strana puzza e si era riempito di piccoli insetti rossi,
gli stessi piccolissimi animali che divoravano le spighe di grano.
Anche i miei genitori confermarono che avevo qualcosa di strano.

Per paura o per timore di contagio, i miei decisero di legarmi e di tenermi chiusa nella stanza dove si
tenevano le provviste per tutto l’anno.
Nonostante avessi l’ombelico pieno di vermi e puzzassi non provavo alcun dolore, ogni mattina la nonna
preparava degli infusi con le erbe e mi lavava.

Era arrivata la primavera, la stagione in cui il mondo delle forme scende a modellare la materia,
metamorfosi potenziale, attiva.

L’arrivo della Zingara del Cerchio stava avendo una sorta di risonanza in tutta L’isola, la quale evocando
le fattezze dei defunti coglieva l’esegesi del simbolo.
La tensione che il suo nome incuteva negli Isolani era al limite, essendo io la causa non c’era tormento
peggiore che subire quella volgarità barbara ad esaltare il mio corpo, stavo per essere esaminata
ancora un’altra volta.

Era noto il furore passionale con cui la donna del Cerchio, così si chiamava, trattava i simboli del corpo,
in espressioni tra il terreno e il celeste.
Quando mi condussero davanti alla donna, mi spogliai, rimanendo completamente nuda davanti a lei,
i suoi occhi si posarono sulla peluria che mi copriva dalla vita all’inguine

Nessuna meraviglia nel suo sguardo, quasi fosse per lei una cosa naturale, normale; chiuse nella stanza piena di angurie, cipolle e patate, l’ascoltavo rapita fare letture lente, preghiere passionali, momenti infiniti di assoluta contemplazione, il tono, il metodo e la ricchezza della sua voce mi fermava la coscienza.

Quando ebbe finito, fece chiamare tutte le persone più importanti dell’Isola. Il primo ad arrivare fu il dottore, poi il guardiano del faro e un gruppo di persone che dichiararono di appartenere alla chiesa del nostro patrono.

La voce si sparse, in breve tempo, per tutta l’Isola; si pensava che i pastori non potessero lasciare il gregge per venire a vedermi, invece arrivarono pure loro; lasciarono gli animali in recinti di fortuna, costruiti in fretta e furia per la prodigiosa occasione.
L’unica persona che pagò 9 réis (l’equivalente a 9 scudi portoghesi) per la consulenza della donna, fu la nonna, la quale
per poter assistere all’evento sborsò altri cinque scudi.

Qualcuno sollevò la questione di non fare presenziare alla cerimonia Dona Amelia, l’unica donna che serviva
gli uomini non sposati.
Dona Amelia godeva di una popolarità negativa fra le donne, era l’unica persona di sesso femminile che scandiva
le giornate appresso ad una sorta di legge, in cui il mondo induce a credere di appartenere ogni istante al futuro.

Un brivido ambizioso provoca a chi crede in ciò, che spinge la persona sempre oltre aggiungendo al proprio
linguaggio un altro linguaggio, alla casa l’uomo, al silenzio il grido.
E' sentirsi un povero essere, pietrificato in forma di donna , in cui si ricapitola tra le gambe l’intero corpo;
libertà a spirale di affinità elettive di amori e congiungimenti.

Ascoltai in solitudine, distratta, il fluir di parole della zingara del Cerchio prima di addormentarmi.
Appena sveglia, di colpo, senza fatica, senza rendermene conto ho capito di avere imparato le regole
segrete della sua lingua, quell’intreccio di suoni di un universo coerente, quale è il mondo gitano.
Mi trovavo da sola nello stanzone colmo di cipolle e patate ma le parole circolavano libere,
fluttuavano indipendenti. Mi sentivo zingara.
Non so spiegare cosa significhi sentirsi zingare.
So soltanto che mi sentii capace di strappare il cuore a un uomo, e dalla rabbia che provavo per il fatto di
essere considerata diversa, solo per avere un ombelico peloso.
Incominciai a nutrirmi di cipolle e patate crude.
Mi liberarono, finalmente, col soprannome di demente, folle.
La prima certezza che mi fu chiara, dopo alcuni giorni della lettura della zingara, fu quella di non avere
più un’esistenza circoscritta, sicura e garantita: non ero più io.

Il confine del mio sentire fu sempre sul punto di sprofondare e svanire, arrivarono sempre più spesso
dentro la fronte verità che non sapevo chiarire ed enunciare, neppure ero certa di saperle cogliere.
Mi svegliavo durante la notte con delle premonizioni, suggerimenti su cose da compiere e non sapevo
come e dove o quando s’avverassero.
Mi capitò di dovere andare alla bottega a prendere del petrolio e avvertire la sensazione che non avrei
dovuto percorrere il solito sentiero.
In effetti sul sentiero si nascondeva il figlio del becchino, un ragazzo molto cattivo che girava libero
di fare del male a chi fosse indifeso davanti a lui.

Altre volte senza nessuna motivazione sentivo di dover schivare questa o quella cosa perché sentivo
che si scatenava qualcosa di male: ho imparato a conoscermi e mi obbedivo.
Tutto sacrificavo: la mia libertà, i miei sogni, la luce, il mio corpo e perfino i suoni che mi reggevano
sospesa, isolata dal tempo, il do-re che mi faceva crescere, e poco dopo ebbi il mio primo figlio.

Ormai ero la pazza dell’Isola, solo gli uomini coraggiosi si avvicinavano a me.

Il primo che mi baciò l’ombelico mi comperò del tessuto con il quale mi confezionai un abito largo,
molto largo in cui ci entravamo io e mio figlio.
Avevo un corpo capace di reggere un impero e reggevo le piaghe del cuore inerti, dalla polvere della strada.

Ricordo che la Zingara del Cerchio, prima di andarsene, parlò a tutti quelli che erano venuti per vederla e ascoltarla, poiché portava sempre notizie nuove di guarigioni e di poteri, anche ricette di infusi e
altre cure con le radici, ella parlò di me come se io fossi già morta.
Incoraggiata dalla folla, scatenò nella voce una violenza inaudita, rauca incominciò a chiamare per
nome i defunti; ad ogni nome proferiva una minaccia e sembrava che la sua voce si materializzasse
nella persona morta, quando arrivò a nominare la nona persona ormai la sua voce era un sussurro
incomprensibile, smarrita nel mondo esterno. Era in trance.
Né del tutto morta e né del tutto viva, confessò di sapere il giorno mese e anno esatto in cui
ognuno dei presenti sarebbe morto.

Nessuno era curioso di saper la data della propria morte, ma ciascuno chiese quando sarebbe
morto qualcuno di sua conoscenza, così mia nonna chiese quando sarei morta io.
Prima di rispondere la Zingara volle conoscere il nome di mia sorella gemella.
Quando seppe che, prima di morire la chiamarono Celeste, disse che d’ora in poi io mi
sarei chiamata Celestazul.
- Ma Azul è il suo nome replicò la nonna.

La Donna Del Cerchio spiegò che, poiché la piccola defunta visse con quel nome appena t
per tre ore, Celestazul avrebbe ereditato non solo il suo nome ma anche il suo destino.
- Che vuole dire - chiese mia nonna?
- Se Azul fosse vissuta, avrebbe avuto cinque figli, Celestazul ne avrà nove, quattro suoi
e i cinque della sorella.
Fu un boato, tutti all’unisono gridarono: - Mio Dio! -
- E che altro volete sapere? - chiese la Donna

Ci sono persone che con la propria ignoranza si fanno un destino, un vanto, una garanzia di purezza.
Inevitabilmente le donne come la Donna del Cerchio mi associarono al furto della vita di mia sorella,
alla rapina del suo destino, alla fuga, alle occasioni di vita felice.

La magica Donna mi aveva perfino fatto diventare parte di sé, emigrata in lei stessa come
un peduncolo ancora sconosciuto dalla mia coscienza. Ma, non manovrabile.
Magnetismi lei ed io, capaci di dialogare attraverso il telefono, apparecchio che ancora non c’era.
Come infastidita da un raggio di luce, pur non essendo presente, urlai gettandomi ai suoi piedi.
Insomma mi ero lasciata condizionare dagli anelli che la Zingara portava alle caviglie.
Vedevo mia nonna tremare dal nervosismo, contagiando i presenti.
La Donna del Cerchio appariva serena, disse a mia nonna di avvicinarsi e di scrivere di suo pugno
quando sarei morta.
La "cosa" fuori di lì non doveva essere divulgata, invece mia nonna, con le mani congiunte urlò:
- Celestazul morirà il 19/09/1999!- Un data del futuro!

Nell’inconscio... no, nelle viscere talvolta avverto un soffio d’ispirazione che fredda il mio corpo
abbandonato e privo del ricordo di mia madre:
"l’utero lodato condanna la donna", ricordo di aver sentito dire.

Ma, il resto è un'altra storia.
Ultima modifica di M.Sant il 9 gennaio 2015, 13:15, modificato 3 volte in totale.
Non so che fare, da un lato vorrei dimenticarla, contemporaneamente ho la certezza che sia l’unica persona, l’unica dell’intero universo, in grado di rendermi felice.


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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da ZERO » 9 gennaio 2015, 13:10

Bravissima!
Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all'arte e alla vita stessa: il colore dell'onestà mentale.

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da oissela » 9 gennaio 2015, 16:29

Devo rileggerlo con calma. Alla prima lettura sono rimasto un po' frasrornato.
In ogni caso è una storia interessante. Oissela

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da oissela » 12 gennaio 2015, 19:38

Completo il commento dopo aver riletto la storia.
Trascina e coinvolge il lettore.
Fino ad una quarantina di anni fa, anche da noi, magia e fantasticherie costituivano
un mondo culturale unico di cui facevamo parte. Ciao. Oissela

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da costanza pocechini » 13 gennaio 2015, 6:00

COMPLIMENTI M.SANT

Una narrazione che ho letto e riletto
per il piacere della suggestione,
parlarne faccia a faccia sono certa
di vedere sul tuo viso le espressioni
di una catarsi.

CLICCO LA BANDIERINA X LA BIBLIOTECA :!:

(Non ho saputo vedere dove indicare la motivazione :?:)
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...non sono un Poeta, interpreto ciò che avverto narrandomelo, narrandolo

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da marylia » 13 gennaio 2015, 20:53

Una pagina che non può lasciare indifferenti
a parte la storia che mi ha lasciata basita
hai una penna molto coinvolgente
per questo segnalo

Complimenti Morena!
-
per chi fosse interessato,qui ho postato i miei lavori di audiovideopoesie e prose _ viewtopic.php?f=26&t=2114[/size]

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da guga » 20 gennaio 2015, 9:53

Aggiungo la mia segnalazione per la BIBLIOTECA a quelle già arrivate.
Un racconto strano, ben scritto.
Mi è piaciuto leggerlo!

guga

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da guga » 20 gennaio 2015, 9:54

TRASFERITA IN BIBLIOTECA
(Egodoge, Marylia, Oissela, guga)

Congratulazioni all'Autrice!

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Re: La Zingara del Cerchio Magico

da M.Sant » 20 gennaio 2015, 16:10

NON CI POSSO CREDERE :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

OK,


ci credo, ci credo :lol: :lol: :lol: :lol:


GRAZIE A TUTTI-ISSIMIIIIIIIIIIIII 8-) 8-) 8-)
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