Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

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malatesta
 
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Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

da malatesta » 30 ottobre 2015, 1:17

“No mamma, il trasbordo non lo voglio fare, ho paura del trasbordo, il trasbordo fa male, voglio il babbo…..”
Mi svegliò nel bel mezzo del mio pisolino ad alta velocità il piagnucolio del bamboccio che alla partenza avevo visto passare in corridoio attaccato alla gonna della mamma come un cagnolino su due zampe.
Non mi aveva svegliato invece la soave voce della hostess che annunciava che il treno s’era fermato per un guasto ad entrambe le motrici, e perciò si aspettava un altro treno sul quale fare un trasbordo.
Appena aprii gli occhi fu la mia dirimpettaia a dirmelo, lentamente e a voce bassa come se fosse un segreto da tenere tra noi due.
“Sa, la Frecciarossa si è rotta, lei dormiva e non ha sentito niente, c’è stato un gran botto e poi una frenata, adesso dobbiamo fare il trasbordo!”
Non mi colpì quello che aveva detto, ma il fatto che parlasse a bassa voce.
“Mi scusi, ma perché lei parla così”, le dissi, “c’è qualcuno che non deve sentire?”
“No”, mi rispose, “è che ho molta paura, il trasbordo non l’ho mai fatto, come ci fanno andare in un altro treno, passeremo dai finestrini?”

Mentre cercavo le parole adatte per rassicurare la signora, mi resi conto che neppure io avevo mai fatto un trasbordo su un altro treno, eravamo in piena campagna, pioveva, era ancora quasi buio, e soprattutto realizzai che non sarei arrivato puntuale all’appuntamento di lavoro.
“Che rottura!”, mi uscì senza volerlo dalla bocca, “non ci voleva, adesso mi tocca aggiustare tutto da solo”, dissi, pensando al file di presentazione del roll out.
“Allora vada, non aspetti”, disse la signora, "l’ingegnere qui adesso aggiusterà la Frecciarotta”, cominciò a sbraitare come a volere rassicurare tutti.
“Per cortesia signore la aggiusti, faccia subito, mio figlio ha paura del trasbordo”, implorò pietosa la mamma del bamboccio che piagnucolava ancora mentre ingozzava una merendina consolatoria.
“Veramente c’è stato un equivoco”, stavo per dire, quando dal fondo della carrozza un omone prese ad inveire come allo stadio.
“Siete tutti dei mariuoli voi ingegneri delle ferrovie, utilizzate materiali di merda per fare i bilanci, non si mette vergogna lei, tiene pure il coraggio di farsi riconoscere!”

Che casotto stava succedendo, quella signora che avevo davanti e mi guardava come un taumaturgo dei treni doveva essere proprio un po’ tocca, pensai.
“Davvero lei aggiusterà il treno?”, venne a chiedermi un vecchietto molto datato che si reggeva a malapena su un bastone, “perché se non lo aggiusta questo glielo spacco in testa”, urlò brandendo il bastone con una forza inaspettata.
“Ma questo treno non doveva essere il fiore all’occhiello delle ferrovie italiane, l’hanno intitolato a Pietro Mennea, non sarà per questo che si è rotto, dicono che quello li portasse iella”, sentenziò con un sorriso e un chiaro gesto scaramantico un signore che sprizzava salute e napoletanità da tutti i pori.
Ci fu chi sorrise alla battuta, io allora colsi l’occasione e presi a ridere anche un po’ pacchianamente sperando che servisse a svelenire la situazione, macché.
“E’ inutile che che che cerca di fa fare il brillante, è tu tutta colpa sua se il tre treno si è rotto, se l’ave vesse costruito be bene non sarebbe su successo”, disse un giovane che purtroppo non aveva solo il problema della balbuzie, e la mia signora dirimpettaia capì ovviamente a modo suo.
“Vede cosa è successo, quel ragazzo per la paura del trasbordo non riesce neppure a parlare, si dia da fare, che razza di ingegnere è?”, mi apostrofò prendendo anche lei coraggio.

Fu in quel mentre che sull’altro binario sfrecciò un treno della concorrenza che fischiò per un tempo lunghissimo, quasi a sbeffeggiare noi che stavamo fermi nella campagna come un monumento alla lentezza.
“Viva Italo”, gridò un signore che fino ad allora era rimasto muto e che pensavo stesse dalla mia parte, “una volta i treni arrivavano puntuali e non si rompevano”, disse, e allora capii da che parte stava.
Alla sua esaltazione e al fragore del treno che ci aveva superato, seguì un vuoto che sembrò calmare gli animi dei miei strani compagni di viaggio, ed io ne profittai.
“Non sono un ingegnere delle ferrovie”, dissi a voce ferma, “sono solo un assicuratore che come voi stamattina ha preso il treno per andare a lavoro”.
“Ma se lei è un assicuratore”, ribatté a volo la mia signora dirimpettaia, “perché non ha assicurato il treno che così non si rompeva?”
A quel punto mi venne l’idea di far fare per davvero alla signora il trasbordo dal finestrino, ma per fortuna tornò l’hostess.
“Vi prego di passare con calma nella carrozza numero due, da li ci sarà il trasbordo nel treno che sta per arrivare attraverso un scaletta mobile che abbiamo già predisposto, ……”
“Mamma”, l’interruppe il piagnucolio del solito bamboccio, “io ho paura della scaletta mobile”.
Fu a quel punto che tutti noi sfigati compagni di viaggio, compreso la mia dirimpettaia, trovammo una sintesi della situazione.
“Ma va a fare in ….!!”
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vaibhava das
 
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Re: Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

da vaibhava das » 30 ottobre 2015, 19:38

La frecciarossa da leprotta corre;
lanciata celermente, sui binari;
da un orizzonte all'altro, accesi i fari,
rulla, roboando, in suon da torre a torre.

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Re: Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

da marylia » 30 ottobre 2015, 23:26

Penna fine :)

Piacere di rileggerti in narrativa
-
per chi fosse interessato,qui ho postato i miei lavori di audiovideopoesie e prose _ viewtopic.php?f=26&t=2114[/size]

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Re: Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

da malatesta » 1 novembre 2015, 9:43

vaibhava das ha scritto:La frecciarossa da leprotta corre;
lanciata celermente, sui binari;
da un orizzonte all'altro, accesi i fari,
rulla, roboando, in suon da torre a torre.


Direi commento futuristico, e grazie.
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Re: Viaggi in classe zero – La Frecciarotta

da malatesta » 1 novembre 2015, 9:50

marylia ha scritto:Penna fine :)

Piacere di rileggerti in narrativa


Piacere che tu mi legga, ciò che non è poesia, o comunque versi e non righi, chiede di essere compreso per quel che dice o racconta e non per quel che lascia immaginare, è una vera lettura dell'altro e non una egoistica ricerca di sé, è un modo più forte di condividere che fa differenza.
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