The Secret of Apple Farm - 6° Cap. et FINE

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The Secret of Apple Farm - 6° Cap. et FINE

da ZERO » 7 novembre 2015, 13:25

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The Secret of Apple Farm

Romanzo

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6° CAPITOLO - fine romanzo


Alan fece come aveva promesso. Reclutò sei dei suoi amici e li convinse a partecipare alla spedizione di ricerca di oggetti antichi all’interno delle rovine della cappella.
Dopo numerosi conciliaboli e qualche coscienza messa a dormire, fu stabilito di tenere segreta a tutti gli altri la loro vera destinazione.
Nei due giorni precedenti la data fissata per la spedizione Jennifer non vide nessuno degli Hamilton. Venne però a sapere, tramite Betty, che Michael stava molto male e che il notaio era già venuto due volte a Green Apples.
La mattina in cui Alan, Jennifer e i loro amici uscirono con gli zaini in spalla, la cosa non parve strana a nessuno.
Capitava, infatti, molto spesso che, al sorgere dell'alba, un gruppo di ragazzi partisse per un'escursione che poteva durare anche più di un giorno e che aveva solitamente come meta i luoghi panoramici dei dintorni.
Alan decise che sarebbe stato più prudente avviarsi per il sentiero che percorreva l’intero perimetro della fattoria, per poi arrivare alla cappella dalla parte del bosco, anche se questo avrebbe richiesto una lunga scarpinata niente affatto agevole.
Dopo una sosta per il pranzo fatta lungo la strada, il gruppetto arrivò a destinazione nel tardo pomeriggio e piantò il campo, in piena regola, come se avessero dovuto trascorrervi la notte.
Quando iniziarono a calare le prime ombre della sera, gli otto membri della spedizione, si avvicinarono alla zona delle rovine.
Superarono abbastanza agevolmente impedimento dei fili spinati e quando giunsero all’entrata, questa era stata praticamente sbarrata da una imponente quantità di materiale ricavato da vecchi crolli parziali delle vecchie mura.
– State attenti l'edificio è pericolante. – disse Alan. – Tenetevi al centro e avanziamo l’uno dietro l’altro, mi raccomando di non appoggiarvi a nulla.
I giovani seguirono il consiglio e avanzarono lentamente fin quasi al centro della cappella. Era questa un vasto locale poligonale che terminava con una piccola abside ricoperta da una semicupola parzialmente crollata. Sulle pareti laterali si notavano tracce di alcune decorazioni danneggiate dal tempo e dall’umidità. Il soffitto a piccoli archi della navata centrale, pur essendo basso era suggestivo e creava degli echi particolari.

Alan, che guidava la colonna, intravide, sulla destra della costruzione, un minuscolo accesso che raggiunse e tentò di aprire, ma senza riuscirvi.
Armeggiò per un po’ con la serratura, ma, poi, non raggiungendo alcun risultato gli rifilò una gran pedata e la porta di legno cedette con sinistri cigolii. Questa dava all’esterno, su di uno stretto passaggio interamente ricoperto di verdura e rovi, che terminava dinanzi un muro sul quale si apriva una seconda porta, anch’essa sbarrata da detriti e macerie.
Ci vollero un paio d'ore di lavoro per sgomberare il passaggio.
Anche questa porta era chiusa a chiave e Alan dovette usare tutta la sua perizia per riuscire a forzare la serratura.
– Sembri uno scassinatore – osservò uno dei ragazzi del gruppo.
Quel commento risvegliò nell'animo di qualcuno, impressionato dall'ora e dal luogo, degli scrupoli tardivi: – Scassinatori ecco come ci definirebbero. – sì lamentò – Mi chiedo se abbiamo il diritto di fare questa spedizione...
– I faraoni non hanno mai autorizzato nessuno a penetrare nelle loro tombe eppure ci sono entrati ottenendo anche dei riconoscimenti. – Vi do la mia parola che non stiamo facendo nulla d’illecito – disse Alan con enfasi.

Quando la serratura cedette, la porta si aprì su una stretta e rudimentale scala di legno, i cui gradini si perdevano nel buio verso il basso.
– Dev'essere la scala che porta alla cripta – mormorò qualcuno.
– O all’inferno! – aggiunse un’altra voce.
– Non illudetevi, l’inferno non è un posto così facilmente raggiungibile – borbottò Alan cercando il braccio di Jennifer. - Teniamoci tutti per mano mentre scendiamo.
– Non ho paura... – sussurrò lei divincolandosi dalla sua presa – Vado avanti io.
Era evidente che la ragazza si trovava in uno stato di esaltazione di cui non si rendeva nemmeno conto. E alle luci delle torce i suoi occhi mostravano una tensione estrema.

– «Hamilton...Hamilton...» Nella mente di lei quel nome continuava a formarsi e riformarsi dandole una sicurezza che gli altri non potevano avere. Era come se fosse entrata in possesso di una formula magica in grado di darle la chiave del percorso da seguire. Ora Jennifer si sentiva finalmente se stessa. Sola, senza fortuna e senza parenti, la diseredata che aveva vissuto un'adolescenza malinconica tra le mura di un banale appartamento senza passato e senza radici, ritrovava in quel luogo buio e misterioso dei legami vivi e profondi con qualcosa che faceva parte della sua carne e del suo sangue.

Alan, che si sentiva investito di responsabilità, la costrinse a tornare in seconda posizione.
– Resta dietro di me, non voglio che ti accada qualcosa di spiacevole – Le sussurrò, accostandosela, poi, discesa la scala Alan si fermò davanti a una strettoia.
- Di là! A destra! – indicò Jennifer con sicurezza. Gli passò nuovamente davanti e senza rispondere alle sue proteste cominciò a scendere coraggiosamente alcuni gradini, seguita dal resto del gruppo e improvvisamente si trovò in una sala decisamente angusta il cui pavimento era costituito da pietre grezze.
L'aria della sala era gelida.
Alan diresse il fascio di luce della torcia sulle pareti e lo spettacolo che si presentò loro fu semplicemente grandioso: affreschi, sculture e bassorilievi di squisita fattura furono strappati al loro sonno.
Sei tombe, tre su di un lato e tre sull'altro, portavano i nomi di sconosciuti defunti. Di fronte ad esse c'era un piccolo altare di marmo meravigliosamente conservato. Tutti restarono ammutoliti.
Alan si sorprese a toccare con la mano le figurine perfette dei bassorilievi senza riuscire a trattenere grossi apprezzamenti.
– Perché hanno lasciato tutte queste meraviglie a dormire quaggiù senza tentare un restauro dell'edificio... – disse uno dei ragazzi.
Nessuno osò dare risposte. Quel posto incuteva timore e soggezione.
Anche Alan era pieno di esitazioni. Guardò Jennifer e vide che era pallidissima, sofferente, con le labbra tremanti.
In quello stesso momento Alan urtò con il piede un oggetto... piccolo che rotolò sulle pietre del pavimento con un suono metallico. Si chinò a raccoglierlo e lo esaminò alla luce della torcia.
Il gesto attirò su di lui l'attenzione dei compagni.
– Cos'è? – chiese uno di loro.
– Nulla! – rispose Alan con una strana voce – É il fermaglio dalla torcia che si è staccato, ma apparve imbarazzato. In realtà l'oggetto che aveva trovato era di grandissima importanza: si trattava di un bottone d'uniforme della fanteria statunitense. Non volle esaminarlo davanti a tutti. Per fortuna uno dei ragazzi aveva individuato, proprio sotto l'altare, un cunicolo che si apriva nel muro: - Venite qui! – gridò questi emozionato. – Forse ho trovato un passaggio!
Alan puntò il fascio di luce della torcia sul muro che contornava l’ingresso del cunicolo e affisso notò una targa di pietra o marmo con una incisione. La illuminò e lesse a voce alta:
Qui riposa in pace l’amato Ethan Hamilton,
che immolò la sua vita per difendere
l’indipendenza sua e della sua terra
- Anno domini 1764 -

– Good heavens! – esclamò uno dei ragazzi – Siamo nel cuore della nostra Storia...
Gli altri si fecero più vicini, puntarono le torce contro l'oscurità per vedere quello che racchiudeva il cunicolo: si notava soltanto la sagoma indistinta di un'urna che sembrava messa apposta per impedire l'ingresso in quella specie di reliquario.
Uno dei ragazzi si chinò e fece l’atto di entrarvi, quando un altro lo fermò: – No... fermati!... Non abbiamo il diritto di violare queste tombe!
– Io ce l'ho questo diritto! – disse ad alta voce Jennifer facendosi avanti. Era in preda ad una tale agitazione che, se Alan non l'avesse afferrata per le spalle, si sarebbe precipitata dentro: – Non entrare... Non entrare... – Lo sussurrò ma perentorio.
– Perché? – disse Jennifer con tono aggressivo.
– Te lo spiegherò poi, – rispose Alan, calmo ma deciso. Poi, rivolgendosi agli altri, aggiunse: – Basta per questa notte. Torniamo di sopra.

Sulle prime vi fu un mormorio di malcontento, ormai tutti volevano proseguire l'avventura.
– Perché tornare indietro – protestò con veemenza uno di loro – quando ancora non abbiamo visto il più bello? Ma allora perché siamo venuti fin qui?
– E' vero! – fece eco un altro ragazzo. – Non possiamo tirarci indietro adesso. Se c'è qualcosa da scoprire è probabile che si trovi proprio all’interno di quel cunicolo.
– Il fatto è, amici miei – spiegò Alan – che prima non mi rendevo conto che avremmo potuto avvicinarsi a scoprire cose della nostra Storia. Pensavo che scendere fin qui fosse stato un gioco... divertente, ma ora non me la sento di violare segreti che appartengono ad altri. Senza contare che potremmo incorrere in qualche contagio sconosciuto.
Quelle parole riuscirono nell’intento di affiatare i ragazzi, i quali, dopo un attimo di silenzio presero la via della scala e Alan, che stava per seguirli, sentì la piccola mano fredda di Jennifer sul suo braccio:
– E così mi abbandoni... dopo tutto quello che mi hai promesso? Il tono di Jennifer era carico di rimprovero e amarezza.
Alan la illuminò con la torcia: – Tutto questo è pura follia Jennifer. É meglio se ce ne andiamo al più presto. Si tratta di una profanazione. Te ne rendi conto?
– Sai bene cosa sto cercando!
– Dobbiamo essere più cauti, c'è troppa gente. Per questa sera e meglio rinunciare all'idea di andare avanti. - Poi, con dolcezza la prese per un braccio, dirigendola verso la scala.
– Non rinuncerò! – gridò Jennifer con la voce stridula per la tensione. – E visto che tu mi abbandoni, continuerò da sola le mie ricerche!
A quell'affermazione amplificata dall'eco gli altri si fermarono: continuerò da sola le mie ricerch?. Da qualche tempo sospettavano che Jennifer avesse dei segreti e forse stavano per averne una conferma.
Alan fece il possibile per evitare inquietanti complicazioni. Si rendeva conto che la ragazza era in uno stato di agitazione tale da farle scappare qualche rivelazione, della quale poteva pentirsi:
– Non c'è più bisogno che continui le ricerche – le bisbigliò – Ho trovato io qualcosa d'importante.
Jennifer trattenne a stento un'esclamazione e gli si fece più vicina.
– Cos'hai trovato? – chiese con un filo di voce.
– Questo...
Jennifer prese il piccolo oggetto che luccicava sul palmo della mano di Alan, lo esaminò attentamente e parve sconcertata nel rendersi conto che era un bottone di un'uniforme. Quando capì l'importanza che poteva avere e cioè nel giro di un secondo, si portò la mano alla bocca. Alan dovette sostenerla per impedirle di cadere: Jennifer tremava da capo a piedi.
Quando riuscì a calmarsi un poco, si voltò a guardare la cripta con un'espressione terrificata.
– Alan, – balbettò con la voce carica di emozioni – mio padre... mio padre è qui!
Con il dito indicò il rettangolo buio dentro il cunicolo.
Attoniti gli altri assistevano a quella scena incomprensibile, che in quella penombra sembrava ancora più strana e irreale.
Fortunatamente per Alan, che non sapeva più cosa fare per sbloccare la situazione, gli avvenimenti precipitarono. Dall'alto si sentì provenire uno strano trambusto: prima i latrati di un cane, poi dei passi affrettati e dei richiami confusi.
Alan fu il primo a muoversi: – Aspettate... – disse – Vado a vedere di cosa si tratta.
Tutti tesero le orecchie per cogliere meglio quegli strani rumori. L'unica a restare indifferente era Jennifer che, senza nemmeno rendersi conto di ciò che succedeva intorno, non riusciva a staccare lo sguardo da quel rettangolo buio che, forse, conteneva le prove di una scottante verità.
I rumori all'esterno si fecero più distinti. Una voce in particolare dominava tutte le altre.
I ragazzi salirono su per la scaletta. Quando arrivarono in superficie ebbero la sorpresa di vedere che era arrivata l'alba, che i loro volti erano lividi e stravolti dalla stanchezza.
Jennifer non era risalita.
Quando Alan se ne accorse tornò giù di corsa. La trovò come impietrita davanti al cunicolo, così assorta da non rendersi neppure conto che era rimasta sola.
Alan le toccò il braccio e Jennifer trasalì come se fosse stata svegliata da un sogno.
– Cos'è successo? – chiese quasi afona.
Alan indicò l'uscita. – Siamo stati scoperti. – disse – La cara Marta questa notte ci ha spiato. Adesso è lassù con alcune guardie. Sembra che voglia denunciarci. Ha mandato a chiamare l’amministratore. La senti? È lei.

Jennifer tese l'orecchio e udì un parlare confuso e poi qualche frase chiara e distinta.
– Violazione illecita di proprietà privata, scasso. C'è di che fare una denuncia e state certi che la farò! – stava gridando Marta
– La prego cerchi di essere comprensiva. I ragazzi non pensavano... – ribatté la voce di Betty.

– So io cosa resta da fare – disse Jennifer con decisione avviandosi verso la scaletta.
– Cosa hai intenzione di fare? – replicò Alan, seguendola.
– A mettere le cose in chiaro. Mio padre avrà giustizia... Finalmente! E stringendo nel palmo della mano il bottone che Alan aveva trovato Jennifer salì la scala con stampata sul volto la determinazione che soltanto le persone convinte di essere in possesso della verità possono avere.

Nel frattempo i ragazzi che avevano partecipato alla spedizione, si stavano avviando in fila indiana verso la fattoria scortati da Marta, Betty e dalle guardie. Ma Betty si fermò e:
– Voi rientrate! – ordinò ai ragazzi – Io andrò con l’amministratore a cercare di spiegarci con la signora Hamilton.
É assolutamente inutile – ribatté Marta con la sua solita sgrinta – Mia madre non vi riceverà! Mio fratello è malato e quindi non riceviamo nessuno. E in ogni caso - aggiunse fissando l'amministratore e Betty - i vostri sforzi sono completamente inutili. È stata superata ogni misura. Sporgeremo denuncia contro voi tutti.
In quel momento Marta si accorse di Jennifer che, senza prestarle la minima attenzione, si stava avviando verso la casa a passi decisi.
– Ehi! – gridò Marta, pallida in volto per l’ira – Dove vai? Non hai sentito quello che ho detto? -
Jennifer non si voltò nemmeno. Continuò a camminare imperterrita.
– Ma dove va? – domandò Betty con preoccupazione, lanciando a Alan uno sguardo interrogativo.
Senza rispondere Alan si mise a rincorrere la sua amica. Subito dopo anche Marta si slanciò in quella direzione. Cercò persino di sbarrare il passo ad Jennifer, ma riuscì soltanto a ricevere uno spintone che la mandò distesa nell'erba alta.
Jennifer continuava a procedere come un ariete. Non sentiva gli insulti di Marta né le preghiere di Alan. Nella sua testa c'era un'idea sola: fare giustizia.

Quando seguita dall'amministratore, Betty ed Alan, Jennifer arrivò davanti alla porta d'ingresso della casa, Marta vi si parò davanti: – Ti assicuro che non entrerai! – urlò al colmo del furore – Siete diventati pazzi? Pensate forse di poter fare tutto quello che volete?
Jennifer avanzò di un passo era chiaro che nulla avrebbe potuto farla desistere dal suo proposito.
Quasi paonazza Marta impugnò le mani verso la ragazza, la porta si aprì e comparve la vecchia signora Hamilton in persona.

La sua entrata in scena era talmente imprevista che per un attimo tutti si immobilizzarono. Ci fu quel momento breve, ma eterno, di silenzio. Lo sguardo della vecchia Hamilton, spento e lontano, si posò sul trio fermandosi sul viso di Jennifer.
In quel momento Marta si accorse dell'insolito pallore di sua madre: – Mamma! – gridò, angosciata - Cos'è accaduto?
La signora Hamilton non rispose immediatamente. I suoi occhi si staccarono lentamente dal volto indurito di Jennifer per passare a quello ansioso e preoccupato di Marta.
– Michael se ne è andato in cielo... – annunciò con voce roca.
Tutto parve diventare più semplice. La tragica notizia della morte di Michael ebbe l’effetto di calmare tutti gli animi.

Jennifer era imbambolata e non riusciva a distogliere gli occhi da Zenna Hamilton, che continuava a guardarla in modo strano.
Marta scoppiò a piangere, dimentica del furore che l'aveva posseduta fino a pochi momenti prima.
Il suo sincero dolore per la morte di Michael cancellò ogni suo altro sentimento e parve diventare più umana, più vera. Il silenzio fu rotto dai singhiozzi di Marta.
Alan mormorò: Sono desolato. Lo era davvero.
Quindi fu la signora Hamilton a prendere la parola. Aveva perso completamente il suo consueto atteggiamento autoritario e imperioso. Ora sembrava soltanto una donna vecchia e stanca.
– Prima di lasciarci Michael mi ha consegnato il suo testamento – mormorò e guardando Jennifer aggiunse - Ha lasciato a lei tutta la sua fortuna.
Jennifer fece un passo indietro: - A me?– bisbigliò...
– Sì, a lei soltanto.
Marta si scosse, guardò la madre, fissò Jennifer: - É un'infamia! – urlò, livida dì rabbia. – É un'ingiustizia... Sai mamma dove ho trovato questi... ? - si ferò per riprendere fiato e guardò Jennifer con odio - Li ho trovati nella cripta! Sì, sono riusciti a trovare nelle rovine l'entrata del sotterraneo... malgrado i nostri divieti e il filo spinato. E poi perché l'hanno fatto? Per trovare cosa?
– Questo – disse Jennifer freddamente aprendo la mano.

Marta si chinò ad esaminare il bottone con espressione sconcertata. La vecchia signora Hamilton invece restò immobile, ma divenne ancora più pallida.
– Marta – disse – perché non vai a vegliare tuo fratello? Fin quando si trova in questa casa ha ancora bisogno di noi. - La ragazza le lanciò uno sguardo interrogativo.
– Vai... – insisté la madre – Ti raggiungerò tra poco.
Senza aggiungere una sola parola Marta entrò nella casa e la signora Hamilton guardando Jennifer sussurrò – Mi segua, la prego.
La mano di Jennifer cercò quella di Alan.: – Ho bisogno che tu mi stia vicino – mormorò con la voce strozzata.

I due giovani seguirono la donna nel suo regno, fino in un vasto salone immerso nella penombra.
– Sedetevi, prego.
La signora Hamilton continuava a fissare Jennifer.
– Lei è la figlia di Annette e di Arthur, vero? – le chiese a bruciapelo
Jennifer annuì guardandola dritto negli occhi.
– É stato mio figlio a capirlo dopo il colloquio che avete avuto qualche giorno fa.
Jennifer ebbe una reazione spontanea: – Mi dispiace... Mi creda, volevo bene a Michael, non volevo fargli del male. -
– Le credo – la interruppe la signora. – e ringrazio Dio per essersi ripreso il mio bambino prima che la verità lo avesse fatto soffrire ancora di più.
Seguì un momento di silenzio carico di commozione.
Alan guardò Jennifer e vide che aveva gli occhi lucidi e non smetteva di fissare la sua interlocutrice.
Era giunta l'ora di quella verità che Jennifer aveva cercato sfidando tutto e tutti?

La signora Hamilton era pronta a rivelare ogni cosa. Da troppi anni si portava addosso il peso di un triste e vergognoso segreto e adesso che suo figlio era morto non aveva più motivi per continuare a tacere.
– Desidero conoscere tutta la... vicenda – affermò Jennifer con decisione – Sono venuta nella fattoria per questo.
La signora allungò una mano verso di lei: - Vuole mostrarmi l'oggetto che ha trovato nella cripta?
Sorpresa della richiesta Jennifer ebbe un momento di esitazione.
– Può avere fiducia in me – disse la signora con un sorriso triste. – Sono decisa a confessare tutto. A questo punto della mia vita non ho più niente da nascondere. Dal suo modo di parlare e dall'espressione del volto era lampante che non stava fingendo.
Jennifer si decise a darle il bottone: – Questo bottone mi da la certezza che mio padre venne a Green Apples durante la sua breve licenza e questo malgrado voi l'abbiate sempre negato. – sussurrò – Questo bottone, che apparteneva alla sua divisa di ufficiale di fanteria, ne è la prova. E non è l'unica di cui sono in possesso... – aggiunse pensando alla fotografia trovata da Michael.

La signora guardò il piccolo bottone dorato con un'espressione quasi terrorizzata.
– Sì! – disse – Subito dopo essere sceso dall'aereo che lo aveva ricondotto in patria, Arthur venne qua a Green Apples.
A quella ammissione Jennifer ebbe un sussulto. Estremamente tesa si preparò ad ascoltare le rivelazioni che la signora stava per farle. Non voleva perdere nemmeno una parola.
Zenna Hamilton cominciò a raccontare, lentamente ma attenta la storia di Arthur, mentre Jennifer e Alan pendevano dalle sue labbra.
Ad Jennifer parve di tornare indietro nel tempo.
Era in quello stesso salone in cui anni e anni prima suo padre era entrato orgoglioso, tenendo per mano la sua giovane sposa, Annette, per presentarla ai suoi familiari.
Ad Jennifer parve di rivivere le emozioni che doveva avere provato sua madre nel trovarsi in un'atmosfera così nuova per lei, l'atmosfera tipica di una famiglia che aveva fatto la storia, una famiglia la cui severità dei costumi si accompagnava spesso alla durezza dei cuori.

#

Dopo averla accolta con freddezza - racconta Zenna Halmiton - suo cognato William, fratello maggiore di Arthur, cominciò ad avere per lei delle attenzioni particolari. Ma Annette non se ne accorse neppure, tutti i suoi pensieri andavano ad Arthur suo marito. Poi, quando questi partì per il fronte del Pacifico, William s’imbaldanzì e non riuscì più a reprimere né a contenere la passione morbosa che provava nei confronti di Annette, che turbava i loro rapporti quotidiani.
Annette fu costretta ad aprire gli occhi. Le attenzioni del cognato, i suoi sguardi troppo eloquenti la ripugnavano e la spaventavano.
Annette non fece menzione di tutto questo nelle sue lettere al marito per paura di turbarlo. Le interessava solamente che lui fosse vivo e inoltre non sarebbe mai voluta diventare il pomo della discordia tra i due fratelli.
Chiedere aiuto al suocero era da escludere. Il vecchio Hamilton la ospitava senza manifestarle un filo di affetto e inoltre mostrava la più completa indifferenza per quanto accadeva attorno a lui.
Così Annette decise di lasciare la fattoria.

– A quell'epoca – continuò la signora con lo stesso tono smorzato con cui aveva iniziato il racconto, – Io ero innamorata di William. Rimasta sola giovanissima perché scacciata dalla mia famiglia con una figlia ancora in fasce, avevo chiesto ospitalità ad un mio zio, fattore alla fattoria. Prima dell'arrivo di Annette, William si degnava di prestarmi la sua attenzione e mi corteggiava. Oh, certo, mi faceva la corte senza troppe formalità, con la disinvoltura che gli uomini del suo ceto usano. Ma dopo che fu preso dall'insana passione per la moglie di Arthur, io smisi di esistere per lui. Soffrii molto per questo! La gelosia per Annette mi rodeva il cuore e quando lei lasciò questa casa tirai un respiro di sollievo. Ma la mia tranquillità non durò a lungo. Giunse infatti una lettera di Arthur con la quale annunciava che in occasione di un'imminente licenza sarebbe venuto con la moglie in visita al fratello e al padre.
Lui non conosceva i motivi che avevano convinto Annette a lasciare la fattoria ed esprimeva il desiderio che venisse nuovamente ospitata a Green Apples per tutta l'estate.
Quando seppi di quel messaggio mi vidi perduta. Fu allora che decisi di scrivergli.

Zenna Hamilton abbassò gli occhi, come se si vergognasse di quello che stava per dire.
– Scrissi ed inviai ad Arthur una lettera anonima con la quale lo mettevo in guardia, dando spiegazioni del perché Annette avesse voluto allontanarsi dalla fattoria. Arthur arrivò alcuni giorni più tardi. Era quasi notte e i domestici erano a dormire. Arthur era venuto a cavallo da Middlebury. Bussò alla porta del padiglione che io occupavo con mio zio. Fui io ad andare ad aprire. Mi disse che non voleva vedere suo padre, ma che prima aveva un conto da regolare con suo fratello e mi incaricò di andare ad avvertire William che lo avrebbe aspettato alla cappella. Corsi ad eseguire quell'ordine. Non immaginavo e lo giuro davanti a Dio, se avessi saputo cosa sarebbe accaduto non lo avrei permesso.

Zenna tacque per un attimo, si asciugò il sudore dalla fronte, si inumidì le labbra arse, poi riprese:
– William mi spiegò più tardi che suo fratello l'aveva costretto a battersi. Nonostante la menomazione alla mano a quell'epoca William era un uomo forte. Il duello fu atroce. Stanco per il viaggio Arthur non era completamente padrone di se stesso era cieco per il furore. William mi giurò più volte di non avere mai cercato di ferirlo. Voleva solo difendersi dai colpi, ma incidentalmente il suo coltello finì col trafiggerlo mortalmente. Quando William corse a cercarmi nel cortile dove lo aspettavo sconvolta, Arthur era già spirato.

Con il volto mutato dalla commozione Jennifer ascoltava quel drammatico e raccapricciante racconto. Aveva l’impressione di assistere a un film dell’orrore e non le fu difficile immaginare il filo del ragionamento che aveva portato William e Zenna a pensare di nascondere il corpo di Arthur nella cripta, soprattutto in considerazione del fatto che nessuno l'aveva visto arrivare.
E quale luogo poteva essere migliore della cappella per nascondere il corpo di Arthur?

L'unica consolazione che sostenne Jennifer in quei momenti, fu di sapere che suo padre aveva ricevuto sepoltura accanto ai suoi antenati.
– Ma cosa avete fatto del suo onore? – domandò fremente. – Avete permesso che lo infamassero come disertore, che la sua memoria venisse infangata e che mia madre sopportasse anche questo peso oltre a quello delle nostre miserie.
La signora Hamilton abbassò il capo.
– Amavo William... – disse con un filo di voce – Pensavo che con l’aiuto di mio padre questo segreto lo avrebbe definitivamente legato a me, ma non immaginavo che la mia vita si tramutasse in un inferno! Non riuscivamo neppure a guardarci negli occhi, poi nacque Michael...
Zenna non riuscì a finire la frase.

– Per saziare il vostro desiderio di potere avete usato anche quel povero ragazzo – mormorò Jennifer scuotendo il capo – Siete un mostro!
La signora Hamilton si alzò in piedi e andò verso la porta, ma sull'uscio si voltò di nuovo verso Jennifer.
– Lei è a casa sua adesso. – disse – Questa fattoria è sua di diritto. Per quanto mi riguarda sono a sua disposizione. Se vuole una confessione scritta gliela farò avere.

Detto questo Zenna scomparve, mentre Jennifer, immobile al suo posto, fremeva talmente di sdegno che le sue mani, avvinghiate ai braccioli della poltrona erano divenute bianche, striminziete. Alan si alzò e si accostò a lei carezzandole i capelli – Vieni cara, – sussurrò – Andiamo a rendere omaggio a Michael.
Jennifer lo seguì come un automa nella camera del ragazzo Illuminata soltanto dalla luce bianca e guizzante delle candele.
Il corpo di Michael giaceva disteso nella serenità della morte. L’infermiera sgranava un rosario mentre Marta, con la testa tra le mani, piangeva.
Zenna Hamilton era in piedi in un angolo buio della stanza.
Fuori invece c'era il sole, l'erba verde, i fiori colorati, il cielo azzurro... la vita!
#

Più tardi Jennifer e Alan uscirono all’esterno e presero a camminare in silenzio lungo il sentiero che conduceva alle dipendenze.
– Alan, – disse con un filo di voce – quel ragazzo è morto per colpa mia, se non fossi venuta qui...
– Smettila! – la rimproverò, accostandosi le sue spalle - Non addossarti colpe non tue, ora lui ti osserva dal cielo e di sicuro non vorrebbe vedere le tue lacrime.
– Mi sento colpevole e soltanto ora mi rendo conto che mio padre non avrebbe voluto che riesumassi tutta questa storia.
– Ma ora puoi porre rimedio al torto che gli fu fatto.
– Sì, certo! Ora sarebbe facile riabilitare la sua memoria, ma per farlo dovrei infangare la memoria di altri e in questo caso il nome degli Hamilton non ne uscirebbe pulito. La sola cosa che so è che riprenderò il cognome di mio padre, questo glielo devo, per il resto non credo di avere il diritto d’intervenire. Avevi ragione tu, i morti vanno lasciati in pace. Mio padre ha continuato a vivere nel ricordo di quelli che l'hanno conosciuto e amato come un uomo bravo, giusto e leale. Il mistero della sua scomparsa non ha mai intaccato la fede che essi avevano in lui. Mia madre ha creduto nella sua lealtà fino alla morte e mi ha trasmesso il suo stesso sentimento. Per il resto credo che la giustizia divina provvederà a restituirgli ciò che gli è stato tolto.

Jennifer tacque per un momento e poi riprese con un tono di voce più allegro.
– Vedi? Ora sono tornata ad essere a ragazzina che piaceva a te, senza grilli per la testa
–Lo sei sempre stata ed ora non sei più una ragazzina, questa storia ti ha maturata.
– Però ho ancora un problema da risolvere
– Quale?
– Questo lascito di Michael, ricordi? Originariamente lui voleva destinarlo all’uso dei ragazzi. Beh, vorrei che fosse effettivamente destinato a quello scopo. Penso che donerò l’uso della fattoria, però vorrei che portasse il nome di «Fondazione Arthur e Michael Hamilton», credi sia possibile? – chiese Jennifer sorridendo per nascondere l'emozione.
– Nessuno potrà proibirlo, è un tuo diritto ed anche un'idea fantastica!

I due giovani si guardarono... ma, con lo stesso sentimento che girava in fondo al cuore.
– E adesso? – iniziò Jennifer timidamente.
– Adesso credo che potrò finalmente partire tranquillo – mormorò Alan con uno stiracchiato sorriso.
– Per andare dove? – chiese lei in tono imbarazzato.
– In cerca di altre avventure. Ormai ci ho preso gusto.
– Avventure? Che genere di avventure? Qualche giorno fa affermavi che nessuna donna ti ha mai preso sul serio.
– Beh, per la verità non intendevo quel genere di avventure – rispose lui ridendo imbarazzato.
– Sai Alan, non credevo di incontrare persone come te. Sei una persona splendida e credo che dovresti rivedere il tuo giudizio
– A proposito di cosa?
– A proposito del fatto che nessuna donna ti possa prendere sul serio.
– Ho soltanto affermato che non è mai successo, però prima o poi dovrò pure incontrane una, no?
– Certo, io ad esempio sarei disposta a farlo...
Questa volta Alan non abbassò lo sguardo:
– Intendi dire che saresti disposta a proseguire questo viaggio con me?
Jennifer annuì prima di mormorare – Per tutta la vita se lo vorrai. - Poi si accostò le mani sul viso -
Ma... io mi sono innamorata di te nell'istante in cui ti vidi nella foresta. Accidenti a te Alan, ma lo capisci o no che sto confessando di amarti?
– E che accidenti aspettavi a dirmelo? S’invecchia presto a questo mondo! Alan battè le mani appresso al ritmo d'un ballo.
- Però promettimi una cosa... - disse seria Jennifer.
– Cosa? – chiese lui guardandola un po’ preoccupato
– Promettimi che torneremo a piedi a Middlebury. Vorrei fermarmi di nuovo a dormire nella capanna dei cacciatori, non è poi così scomodo quel let... Scusami, credo di correre un po’ troppo!
Alan la prese tra le braccia e le sfiorò le labbra con un leggero bacio, poi un altro e un altro ancora, sempre con maggior passione.
Smise solo quando si accorse che erano accerchiati dalla folla plaudente dei loro amici.

FINE

- - - -
N.d.A._ Scusate la chiusura affrettata, ma da quel momento in poi...eh eh eh!...da quel momento in poi si verificarono situazioni troppo private per essere raccontate.
Certe cose vanno tenute in cassaforte per il resto della vita.»
Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all'arte e alla vita stessa: il colore dell'onestà mentale.

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Re: The Secret of Apple Farm - 6° Cap. et FINE

da costanza pocechini » 9 novembre 2015, 6:59

:) FINITO? Sì, il lieto fine era immaginabile, i Tuoi racconti difficilmente lasciano
strascichi angoscianti tanto da penalizzare la speranza. Come dire: non si è sofferto
invano, anche se la realtà avvenuta ha mutato le, diciamo, normali aspettative
di due protagonisti come Annette e Arthur Hamilton, genitori di Jennifer.
Quest'ultima mi ha sorpreso per una "cosa": non è stata agghiacciata sapere che
il padre era stato ucciso, quanto il fatto che era stato dichiarato disertore.
L'onore, come la lealtà, restano due cardini dell'Io-narrante, "zero" (Mario Cotrozzi)
scrittore di belle e ricche qualità compositive.
Sai, Mario, ho notato (con piacere :P ) che la lettura dei 5° Capp. (e auguro che
lo sia anche 6° Cap. (finale) è stata di quasi pari passo, il che mi fa osservare
che il romanzo "The Secret of Apple Farm" è piaciuto.

Ho molto apprezzato come hai "descritto" proprio la chiusa... con grande compostezza.
Teneramente, certo, ma -conoscendo il tuo modo di "scrivere" (diciamo "enfatico"?),
beh, complimenti e applauso per la pregiatezza di essa.

(personaggi, che ho particolarmente "apprezzato" (come sviluppati), la Zenna Hamilton,
la Betty, il senso del mistero... o meglio il fascino che certe scene, come il ritrovamento
della lapide suscitano).
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...non sono un Poeta, interpreto ciò che avverto narrandomelo, narrandolo

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Re: The Secret of Apple Farm - 6° Cap. et FINE

da ZERO » 9 novembre 2015, 7:59

Grazie Mina...anch'io sono rimasto sorpreso per l'accoglienza riservata a questo racconto... beh per un sito prettamente poetico non è male...
Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all'arte e alla vita stessa: il colore dell'onestà mentale.


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