Storia incasinata di un dongiovanni imbranato

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ZERO
 
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Storia incasinata di un dongiovanni imbranato

da ZERO » 13 novembre 2015, 7:35


Storia incasinata di un dongiovanni imbranato

(Autobiografico?)




Negli anni '50 (per la precisione il 1953) mio padre, ingegnere meccanico, aveva sottoscritto un contratto di lavoro con la Addressograph-Multigraph-Limited, coinvolgendo nel trasferimento in Ohio l'intera famiglia; ovvero mia madre, mia sorella e il sottoscritto.
Quando partii dall'Italia avevo sedici anni, ed ero così traboccante d'entusiasmo da non stare nella pelle. Ero convinto di entrare a far parte di quel mondo meraviglioso; visto, invidiato e apprezzato nelle sale cinematografiche e invece fu una grossa delusione o quasi.
Non fu affatto facile per uno sparuto gruppo di italiani ambientarsi in una comunità che, sebbene fosse di gran lunga più aperta della realtà italiana dell'epoca, era pur sempre gelosa della sua privacy, (e qui è meglio non approfondire oltre l'argomento) quindi, per i primi anni della mia permanenza negli Stati Uniti, l'unico vero amico che ebbi fu Finn Porter.
In quegli anni le mie frequentazioni sociali si limitarono alla sua persona e alla sua famiglia, in seguito però le cose presero una strada diversa e mi permisero di entrare a far parte della comunità giovanile della scuola e, cosa importantissima, dell'isolato.
Non sto ad annoiarvi descrivendo come si svolgeva la nostra giornata, ma sta di fatto che una volta fuori dell'ambiente scolastico, si viveva una vita, inimmaginabile in Italia, gomito a gomito con la realtà cittadina, della strada e dell'isolato per il resto della giornata.
Per tornare a Finn, debbo necessariamente inquadrarlo in quel genere di ragazzi estremamente intelligenti, in possesso di notevoli qualità personali che lo avevano reso leader ideale del nostro gruppo di amici...ho detto ideale perché in realtà il più intraprendente era un piccolo discendente di gente italica di nome Luca.
Dunque, Finn, come già riferito, era in qualche modo colui a cui tutti chiedevano consiglio, un ragazzo tranquillo, simpatico e sveglio, ma con un problemino di non poco conto, ovvero il terrore delle ragazze.
Lui affermava che così facendo evitava di essere assillato dai mille inevitabili problemi che ne sarebbero scaturiti, ma com'è facile comprendere egli si presentava alle nostre riunioni sempre single, mettendoci ogni volta in imbarazzo poiché ognuno di noi era sempre accompagnato dalla fanciulletta di turno.
Cosa che in realtà a lui non creava alcun disagio. Anzi, era proprio con le nostre ragazze che preferiva scherzare e ballare facendo sfoggio della sua intelligenza e della simpatia che sapeva suscitare.
Comprenderete come tutto ciò non fosse di nostra piena soddisfazione, poiché, consapevoli del suo atteggiamento eccessivo, non eravamo affatto disposti a mettergli a disposizione le nostre pupe e di conseguenza, nell'organizzare festicciole c'era sempre qualcuno di noi che, scatenando la sua immaginazione, invitava una ragazza in più per destinarla a lui.
Cosa non si fa per un amico, però, puntualmente accadeva che non appena la ragazza iniziava a familiarizzare, immediatamente il buon Finn si sottraeva ad ogni approccio per il timore di trovarsi invischiato in una relazione amorosa.
E quando a festa terminata davamo inizio ai soliti sermoni di rimprovero, lui, immancabilmente, assumendo il comportamento dell'uomo di mondo e rintanandosi dietro il fatto che era proprio la sua grande esperienza con le donne ad indurlo verso un guardingo atteggiamento, ci lasciava sempre con l'amaro in bocca poiché nostro amico da sempre.
Tra l'altro, per confermare il nostro insuccesso, ci ammoniva ogni volta con il solito spicciolo ritornello
- Ricordate figlioli che l'amo e l'amore sono parole simili nella loro vera essenza, giacché l'una e l'altra risultano essere fatali per le prede.
Vi lascio immaginare quali potevano essere le nostre reazioni a quella banale affermazione e ciò, com'è facile dedurre, frustrava la nostra buona volontà di renderlo in tutto e per tutto un essere normale.
Ora però consentitemi di fare chiarezza in quattro righe; poiché sebbene egli esternasse pubblicamente quella sua riluttanza a dotarsi di una ragazza, non mancava assolutamente d'essere soggetto ai richiami del sesso, anzi personalmente posso assicurarvi che ne era afflitto almeno quanto noi cosiddetti «normali»...quindi sia ben chiaro; Finn era in regola sotto tutti i punti di vista canonici allora riconosciuti.
A dimostrazione di ciò, sta di fatto che quando i sintomi di tali richiami divenivano incalzanti, invece di cercare di assecondarli dotandosi di una ragazza come faceva la gran parte di noi, preferiva la frequentazione di quelle case dove, con un opportuno compenso, poteva avere a disposizione una donna con la quale sbizzarrirsi in una sorta di amore, che seppure risultasse intenso e soddisfacente, in sostanza era, né più né meno, simile ad una transazione commerciale.
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Ed ora cambiamo argomento e parliamo un po' dell'insopportabile ragionier Alan Moore, biondo con il culto della palestra e tra l'altro collega di mio padre alla AM.
Il suddetto abitava all'ultimo piano del nostro stesso caseggiato, mentre la mia famiglia occupava un appartamento al primo piano.
Fin da quando lui e sua moglie si erano trasferiti a Cleveland dalla sede AM del New Jersey, ovvero l'anno prima, con il preciso incarico di riorganizzare non so bene cosa, erano volutamente rimasti fuori dalla comune e rumorosa realtà dello stabile.
Inizialmente a tutti noi parve che il signor Moore avesse adottato quella scelta in base a presunte differenze di classe, tant'è che sebbene (da notizie assunte in casa ascoltando i commenti di mio padre con la mamma) all'interno dell'azienda manifestasse atteggiamenti da scanzonato ragazzone americano, nel palazzo era considerato poco meno di un fervente missionario.
Comportamento che, come si può ben immaginare, suscitava, in generale, riflessi di simpatia e altrettanti d'indifferenza.
Con il trascorrere del tempo la sua condotta mutò notevolmente, ma se la sua invadente e chiassosa cordialità sorprese piacevolmente l'intera comunità, io mantenni, nei suoi confronti, la prima impressione, ovvero che in realtà quel suo comportamento non fosse suggerito dal piacere di familiarizzare con gli altri, ma dal fine progetto d'imporre la propria personalità con la pretesa di riscuotere simpatia.
Per concludere; sul suo aspetto fisico non c'era da fargli nessun appunto, essendo considerato un rispettabilissimo esempio di bellezza mascolina americana, ma in sostanza dava sempre l'impressione d'essere alla ricerca di una nuvoletta d'incenso da cui far emergere la propria immagine.

Ed ora, dopo l'amaro, il dolce e che dolce! La signora Moore...

Lei, oltre che essere una donna d'ispirata simpatia, era talmente attraente da rappresentare il desiderio e il sogno segreto di gran parte della comunità maschile, me compreso, ovvio!
Per un sottile senso di pudore o di gelosia, eviterò di precisare quali erano i riflessi dei suoi occhi e neppure esalterò ciò che le forme strepitose del suo corpo lasciavano immaginare, poiché tutto ciò vorrebbe dire esporla inevitabilmente ad alcune vostre disquisizioni inutili, il che, sinceramente, preferirei evitare, concludendo con l'affermare che era appetibile e adorabile sotto e sopra tutti i punti di vista.
Sfortunatamente, però, a differenza di suo marito, le occasioni di poterla incontrare sola erano talmente rare che, quelle poche volte nelle quali la sorte benigna mi consentiva d'incrociarla e scambiare con lei un saluto e qualche sorriso, il solo pensiero che fosse uscita dalle braccia di Alan annullava il piacere dell'incontro.
In alcune occasioni, (per la verità accadde una o due volte soltanto) incontrandola sola, riuscii a scambiare con lei poche parole con mia piena soddisfazione.
Valery, questo era il suo nome, rientrando aveva l'abitudine di scendere con la macchina in garage e di lì proseguire con l'ascensore fino all'ultimo piano.
Io, invece, forse per pigrizia, parcheggiavo d'abitudine il mio macinino lungo la strada, entravo nell'androne e salivo a piedi l'unica rampa di scale per raggiungere l'appartamento della mia famiglia.
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Presentati i coniugi Moore, sento il dovere di riferire come effettivamente ebbero inizio i miei rapporti con loro.
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1962… Stavamo vivendo l'anno in cui si svolgevano i campionati mondiali di calcio in Cile e proprio in quei giorni l'Italia si predisponeva a giocare le sue prime partite di un campionato che in seguito risultò disastroso e così, senza proposito alcuno da parte mia, un pomeriggio ebbi l'opportunità d'incontrare i coniugi Moore mentre rientravamo in casa.
- Splendido! - esordì esuberante lui nel tendermi la mano - Era da un po' che avevo in animo d'invitarla a salire da noi per vedere assieme la partita in televisione. Quest'anno abbiamo sul nostro continente il campionato mondiale...e sarebbe un vero sacrilegio non utilizzare questa splendida occasione per conoscerci meglio...Lei è italiano e immagino sia un ardente tifoso della sua nazionale - disse dotandosi di un sorriso che sembrava correre da un orecchio all'altro - Sa che mia moglie è di origine italiana da parte della mamma, ed è proprio per renderle omaggio che ho invitato molti altri amici che tifano Italia, così avremmo l'opportunità di conoscerci meglio e passare assieme una buona serata. Avremo anche uno spuntino appetitoso all'italiana.
L'invito mi colse talmente impreparato che, su due piedi, non seppi inventare una ragione valida che potesse giustificare un veloce disimpegno.
L'unica cosa che riuscii a biascicare furono un paio di comuni frasi di ringraziamento, senza però fornire alcuna chiara risposta.
Condizione che accese ancor più l'interesse di Alan, il quale iniziò ad esporre con entusiasmo il programma della serata.
In quel frangente accadde che, in più di un'occasione, il mio sguardo s'imbattesse con quello di Valery e quando lei ebbe l'esatta impressione che avrei cortesemente rifiutato l'invito, intervenne riuscendo a sottrarmi al mio incombente imbarazzo.
- Le confesso che lei è tra le persone simpatiche del palazzo! Ho avuto modo di rendermene conto e siccome a volte il destino ha bisogno di un aiuto, questa circostanza potrebbe essere l'occasione buona per forgiare una buona amicizia, non è d'accordo? La prego venga, ci divertiremo, faremo un gran tifo!
Quindi mi prese amichevolmente sotto braccio e volgendosi verso di me, continuò
- Porti con lei la sua fidanzata...sono certa che trascorreremo una piacevole serata.

Indubbiamente era stata molto chiara, giacché dalla simultaneità dei nostri sguardi, credetti d'intendere un perentorio divieto di condurre con me una ragazza.
Finii per accettare ringraziando.
Peraltro in quel momento mi accorsi che quel senso d'antipatia che provavo per suo marito, non avrebbe in alcun modo potuto giustificare, da parte mia, un rifiuto ad un invito rivolto con tanta spontaneità.
Ultimati gli accordi, ci fermammo ancora per un po' a conversare e ciò mi consentì di ammirare dettagliatamente le sue forme e inebriarmi del suo profumo.
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Il sera seguente, una trentina d'invitati avevano puntualmente affollato casa Moore. Alcuni di essi abitavano nello stesso isolato, mentre gli altri, si rivelarono subito persone simpatiche.
Valery svolgeva le sue mansioni di padrona di casa con notevole abilità favorendo l'intesa di tutti e per promuovere il tifo aveva consegnato a ognuno di noi una bandierina tricolore ed alcune trombette.
La stanza di soggiorno era stata opportunamente predisposta a platea dinanzi ad un monumentale televisore e quando giunse l'ora d'inizio della partita tutti prendemmo posto.
Alan, prima di sedersi precisò ad alta voce che attorno a se desiderava soltanto donne belle!
Alcune signore, forse le più amiche o le più presuntuose, occuparono i posti al suo fianco.
Io mi rintanai in una poltroncina in ultima fila. Alla mia destra avevo la parete della stanza ed alla mia sinistra, inaspettatamente, si avvicinò Valery chiedendo con palese civetteria:
- Posso sedermi accanto a te, o anche tu sei di quelli che preferiscono soltanto donne belle al loro fianco?

La domanda si prestava a risposte di facile e banale galanteria, perciò risposi con distacco, ma mordendomi la lingua
- Mai avuto donne belle al mio fianco - sussurrai
- Bene - rispose lei - Allora non sarò io a rovinare la tua media

Prima di occupare il suo posto, lei si curò di abbassare le luci nella stanza e quando la partita ebbe inizio, tutti i presenti si rivelarono superiori in esperienza ed abilità a qualsiasi famoso mister o affermato giornalista sportivo.
Dopo appena un quarto d'ora di gioco, quando la squadra avversaria segnò la prima rete, fu come se una valanga di ghiaccio avesse congelato i nostri entusiasmi. Tra di noi vi fu chi incolpò l'arbitro, reo di non aver visto un'innegabile (in verità inesistente) fuori gioco, chi la difesa italiana per essersi seduta a mangiare una pizza e chi il povero portiere che, in verità, nel disgraziato tentativo di parata aveva dato una sonora testata sul palo.
Per tutti gli incriminati furono chiamati in causa: madri, antenati, mogli giudicate di facili costumi e di discutibile fedeltà coniugale.
Alla fine non restò che far buon viso a cattiva sorte e riporre ogni nostra speranza in certi sortilegi che un ometto, allampanato e vestito di nero, iniziò a mettere in atto agitandosi sulla sedia che occupava.
E quando l'arbitro stava già con il fischietto tra le labbra per decretare la fine del primo tempo, ecco che arrivò il tanto atteso pareggio dell'Italia.
Inutile dire che nella sala vi fu una irrefrenabile esplosione di gioia che ci accomunò.
Infatti scattammo tutti in piedi gridando come forsennati e dando fiato alle nostre trombette, abbracciandoci l'un l'altro in preda all'entusiasmo e fu così che mi trovai fra le braccia di Valery mentre due baci timbravano entrambi i lati del mio viso.
Quell'improvviso abbraccio mi colse impreparato.
La bandierina che avevo in mano cessò di sventolare e la trombetta tacque dopo un acuto prolungato.
Avvertii sul mio petto la sensazione piacevolissima del seno di Valery, sodo e abbondante e sulle guance l'impressione morbida delle sue labbra e sebbene nella esaltazione di quegli istanti fossi portato a giudicare quello slancio come plateale manifestazione d'entusiasmo sportivo, dovetti attendere che fosse lei stessa a venire in mio soccorso sussurrandomi con le labbra incollate ad uno orecchio
- Non ti è piaciuto? Per me è stato bellissimo!
- Cosa? - chiesi con la voce che mi tremava
- Il goal, non è stato bello?
- Altroché - mormorai spingendomi fino a sussurrare restando immobile tra le sue braccia - Mi auguro di festeggiarne molti altri.

Il primo tempo si concluse poco dopo senza aggiungere altre emozioni particolari.
Quindi, trascorso l'intervallo fra commenti, libagioni e uno stato di grazia che mi rese euforico, ebbe inizio il secondo tempo.
L'Italia aveva raggiunto il pareggio; ed ora era necessaria una vittoria per assicurarsi la tranquillità nel girone.
Valery, prima di riprendere nuovamente posto al mio fianco, si premurò di abbassare le luci della stanza.
La mia attenzione ormai non era più concentrata sullo svolgersi della partita e l'entusiasmo che mostravo non era più esclusivamente sportivo.
C'era in me un così vivo desiderio di un nuovo goal italiano che, quando si concretizzò l'auspicato evento, mi ritrovai fra il tripudio generale e il mio in particolare, fra le braccia di Valery, non mancando, questa volta, di serrare le mie attorno al suo splendido corpo per far aderire meglio i suoi seni sul mio petto.
Poi, tutti assieme, continuammo a gridare, ad agitare le bandierine, a far sentire le nostre trombette.
Di li in poi, ritornata una relativa calma, non ebbi più modo di concentrarmi su ciò che accadeva in campo, ma principalmente a godere di quelle nuove e sconosciute emozioni che sapeva rendere la compagnia più che ravvicinata di Valery.
La partita terminò con la vittoria della squadra italiana. Quindi, non appena i tre fischi dell'arbitro sancirono il successo e tutti si abbandonarono a nuove rumorose manifestazioni di gioia, noi due, dopo esserci guardati alcuni istanti negli occhi, ci scambiammo un solo fugacissimo bacio sulle labbra.
Durante la cena ebbi più volte l'occasione di scambiare qualche frase con Valery e in una di queste circostanze, lei mi chiese se amassi la musica classica.
La domanda mi sorprese e non perché mi fosse stata rivolta in un'occasione così particolare, ma perché mi parve di leggere nel suo sguardo un fine ben preciso.
- Ascolto molto volentieri la musica, ma non credo di avere spiccate tendenze per quella classica - risposi sperando di non combinare guai.
- Male! - Mi rimproverò lei - Non immagini quanto di bello tu perda della vita. Io amo moltissimo quel genere di musica e quando posso non manco ai più importanti concerti. Alan mi segue quando può, ma soltanto per vantarsi con gli amici di esserci stato. Lui, come molti altri, ha il difetto di non sapersi concentrare, perciò non è in grado di vivere quelle magnifiche sensazioni che soltanto la musica e l'amore vero sanno donare.

Quelle ultime parole, anche se appena sussurrate, riuscirono a farmi sentire colpevole di chissà quale peccato, ed ebbi l'imbarazzante impressione d'avere addosso mille occhi che mi scrutavano.
- Mai coltivato interessi per la musica classica - borbottai provando a darmi un minimo di contegno - Credo che avrei bisogno di un angelo che sappia addestrarmi a quelle esperienze.
- Domani c'è un ottimo concerto all'auditorium della Public Library. Alan si è procurato due posti di platea, ma da domani lui sarà fuori città per almeno tre giorni. Perché non mi fai tu da cavaliere? Tra l'altro si esibirà un giovane pianista che a detta di molti è un vero fenomeno, mi piacerebbe esserci - disse lei continuando a tenere fissi i suoi occhi nei miei
- Rischierei di addormentarmi e ti farei fare una pessima figura - sussurrai provando a sottrarmi all'invito per pura e semplice fifa.
- E se m'impegnassi ad essere io quell'angelo, verresti? - sussurrò lei per nulla scoraggiata dal mio rifiuto

Mentre lei mi guardava con un sorriso beffardo sulle labbra, trattenendo con molta noncuranza una delle sue mani sul mio ginocchio, io, augurandomi di non finire sotto il tavolo, feci una rapidissima carrellata dei miei impegni per il giorno successivo, giungendo rapidamente all'unica conclusione possibile, accettare l'invito o maledirmi per il resto della vita.

Continua?
Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all'arte e alla vita stessa: il colore dell'onestà mentale.

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Re: Storia incasinata di un dongiovanni imbranato

da f.almerighi » 13 novembre 2015, 15:06

ovvero, come trasformare una qualunque signora Moore in una Valery todo fuego, continua sì


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