Urania n°436

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Giuseppe Novellino
 
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Urania n°436

da Giuseppe Novellino » 4 ottobre 2016, 22:59

URANIA n°436

Enzo buttò il libretto sul sedile vuoto, accanto a me. Era seduto di fronte. Entrambi ci eravamo accomodati sul lato del finestrino.
– L ’hai già letto? – Mi sembrava incredibile.
Il mio amico fece un cenno con il capo e ammiccò.
Il treno procedeva a settanta chilometri orari, con il suo monotono sferragliare, sulle curve del lago di Como. Presto avrebbe raggiunto la stazione di Colico. Enzo sarebbe sceso e io avrei continuato il mio viaggio fino a Sondrio.
– Ti è piaciuto?
– Forte.
Lo guardai di sottecchi. Lui si stava accendendo una sigaretta: la quinta o la sesta da quando avevamo lasciato la Stazione Centrale di Milano. Emise una lunga scia di fumo e lanciò un’occhiata fuori dal finestrino.
– Di cosa parla? – domandai, per metterlo alla prova.
– Non l’hai ancora letto?
– No – mentii. Invece lo avevo letto tre anni prima. Mi aveva molto impressionato, mi era rimasto scolpito nella memoria.
Lui corrugò la fronte, aspirò ancora dalla sigaretta e disse, laconico: – Di strane creature, che vengono dall’ignoto.
Le sue parole non provavano nulla. Tutti l’avrebbero colto quel contenuto, anche solo dando un’occhiata al disegno di copertina, dove si vedeva una giovane donna seminuda (probabilmente mentre si stava asciugando in bagno), aggredita da una informe sostanza verdastra vomitata dallo scarico. Rimaneva il mistero di come fosse riuscito, Enzo, a leggerlo in poco più di un’ora. Centocinquanta pagine fitte fitte, con le parole disposte su duplice colonna, tipico di Urania. Quello era il n°436, e non faceva eccezione.

Enzo l’aveva materializzato dalla sua borsa, mentre attendavamo la partenza del convoglio e ci scambiavamo alcune parole di saluto. Evidentemente glielo aveva prestato, o venduto, qualcuno. Era in uno stato a dir poco pietoso, forse perché era passato tra le mani di tanti lettori.
Arrivavamo entrambi dalla Cattolica, ma ci eravamo incontrati solo alla stazione. Lui tornava da una semplice puntatina in segreteria; io ero reduce dall’esame di storia romana. Mi era andato bene, anzi benissimo, un trenta senza lode. Ma la mia soddisfazione non toccava le stelle. La professoressa, infatti, era un tipo a mio avviso un po’ sbarellato: metteva bei voti ai maschietti, anche se non erano molto preparati, e segava sistematicamente le femmine, se non sapevano tutto alla perfezione. E poi era un esame facile, principalmente basato sui retroscena della scostumata famiglia Giulio-Claudia. Ben altra cosa era l’esame che mi aspettava da lì a quindici giorni: Pedagogia 2. Un vero scoglio. Per questo, durante quel viaggio di rientro a casa, mi ero messo a leggere una delle due dispense su cui ero indietro: un mattone di trecentoventi pagine.
Il mio amico Enzo, invece, si era immerso nella lettura di un vecchio numero di Urania. Per tutta quella parte del viaggio non aveva alzato gli occhi dal libretto. Girava le pagine con sorprendente rapidità, ogni tanto estraeva una sigaretta e l’accendeva senza interrompere la lettura. Niente lo aveva distratto, né il dondolio del convoglio, né il vociare degli altri passeggeri, che nel tratto tra Milano e Lecco erano assai numerosi.
Io non avevo osato interromperlo. Avevo cercato continuamente di concentrarmi sulla dispensa del professor Agazzi, ma senza il minimo successo. E non sapevo se a distrarmi era la gente che affollava la carrozza, oppure il mio amico Enzo, che mi sembrava quasi irreale nella sua rapidità di lettura.

Adesso mancavano non più di cinque minuti a Colico. Il viaggio di Enzo stava per finire. E io volevo sapere quanto fosse riuscito a capire con una lettura a di poco supersonica. Non potevo fargli la domanda, così, direttamente, come l’avrebbe fatta un insegnante all’alunno negligente. Quindi, come per sondare il terreno, dissi:
– Deve essere una storia agghiacciante, a giudicare dalla copertina.
Lui guardò l’orologio. Poi afferrò il libretto e fece per rimetterlo nella borsa. – Vuoi leggerlo?
Ebbi l’impressione che non avesse colto le mie ultime parole.
– Ne vale la pena? – domandai a mia volta.
– Direi di sì. – Rimase con l’opuscoletto nella mano. Se vuoi te lo regalo. – Me lo porse. – Sai, io non faccio collezione. Di Urania ne leggo tanti, ma poi li dimentico. Mi piacciono un casino… Per me è come mangiare un gelato. Una volta consumato, non c’è più, anche se ti lascia per un momento un buon sapore in bocca.
– Allora l’hai già dimenticato.
– Ma cosa dici? No, che non l’ho dimenticato. Ma domani o dopodomani non so cosa mi ricorderò. Lo vuoi o non lo vuoi?
Dovevo essere coerente con la mia precedente dichiarazione di non averlo mai letto, e poi non potevo smentire la mia grande passione per la fantascienza; quindi dissi:
– Grazie, lo leggerò. – E lo afferrai.
Lui guardò fuori dal finestrino e si preparò a lasciare il suo posto. Il treno stava rallentando.
– Allora, di che cosa tratta? – feci, prima che mi sfuggisse come un’anguilla.
Si alzò in piedi. – In buona sintesi. Siamo in un villaggio inglese. Una strana barriera si forma intorno ad esso. La gente che si avvicina comincia a morire. E poi, all’interno del paese, nascono trenta bambini e trenta bambine. Apparentemente crescono come tutti gli esseri umani… Ma poi ci si accorge che in loro c’è qualcosa di strano. – Il treno intanto si era fermato. – Oh, scusami, devo andare. Ma leggi, leggi. È una bomba. Ciao.
Rimasi di stucco e non riuscii nemmeno a salutarlo. Che avesse capito proprio nulla non me lo aspettavo. Mi aveva buttato lì la trama di un altro libro di fantascienza. Da buon esperto del genere, l’avevo riconosciuto: si trattava del mitico “I figli dell’invasione” di John Windham. Mi sentivo preso in giro. Avevo pensato che mi spiattellasse qualcosa di incompleto e incoerente su “Dalle fogne di Chicago”, invece mi aveva sintetizzato tutt’altra storia. Che avesse capito la mia curiosità nei confronti del suo veloce modo di leggere e mi avesse voluto menare per il naso?
Guardai il libretto che tenevo fra le mani. La copertina era proprio logora, faceva quasi schifo, ma era quella del n° 436. Aprii il volumetto alla prima pagina… e rimasi di stucco.
Campeggiava il titolo “I figli dell’invasione”.
Impiegai un po’ ad accorgermi che quella non era la copertina del libro in questione. Era stata applicata con un groviglio di carta gommata. Probabilmente, passando di mano in mano, quel vecchio numero di Urania aveva perso la copertina originaria e qualcuno, forse lo stesso Enzo, l’aveva sostituita con quell’altra, per tenere insieme le pagine.
Allora non riuscii a trattenermi e mi misi a ridere. Non solo il mistero circa il modo di leggere del mio amico rimaneva, ma se ne aggiungeva un altro.
– Che fine avranno fatto – sussurrai – le pagine del n° 436 di Urania?

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