Novembre recanatese

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Giuseppe Novellino
 
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Novembre recanatese

da Giuseppe Novellino » 7 ottobre 2016, 12:33

NOVEMBRE RECANATESE

Saliva dal cortile un odore di caldarroste. L’aria era immota, gradevolmente tiepida, e il sole già si eclissava dietro le colline.
Il Conte Monaldo chiuse la finestra. Ormai l’atmosfera del salottino si era rinnovata e adesso potevano bere in santa pace la loro cioccolata. La moglie Adelaide, già seduta al tavolino, armeggiava con il servizio di porcellana.
- Marito mio, siete servito. Non indugiate, altrimenti si raffredda.
Bofonchiando, lui si sedette, stringendosi nella giacca da camera.
- Codesta recente abitudine della cioccolata alle cinque – disse il conte - comincia a disturbarmi l’appetito per la cena. Ma tant’è. Il piacere deve avere pure i suoi costi.
- Bevete, bevete. Il potere di questa bevanda è comprovato: stempera le malinconie, tonifica il fegato e corrobora il cuore. Ma con moderazione, certo. Dopotutto la nostra pratica non è quotidiana. Di sabato e di lunedì non la beviamo; e neppure il venerdì, essendo il giorno della passione di Nostro Signore Gesù Cristo. In tale misura la cioccolata è portatrice di sano e moderato piacere, lecito in ogni caso e gradito allo spirito.
- Adelaide, voi vedete tutto attraverso la lente della virtù.
- L’unica visuale che ci è consentita.
- D’accordo – fece Monaldo, afferrando la tazza fumante. – Che dire allora degli abitanti della lontana Albione? Essi prendono puntualmente il tè alle cinque di ogni sacrosanto giorno dell’anno. Capisco che il piacere che arreca quella bevanda non è equivalente a questo della cioccolata. Eppure essi l’accompagnano sovente con biscottini burrosi, pastarelle, tortine e quant’altro. Tutto cibo che appesantisce il corpo e ottenebra la mente.
Adelaide fece una risatina. – Certo il pericolo cui vanno incontro gli inglesi risulta evidente. Ma non sono forse essi scomunicati dalla nostra Santa Madre Chiesa Romana?
- Non tutti, mia cara, non tutti.
- Coloro che rispondono al Papa faranno certamente le debite penitenze, per la gloria del Signore.
Sorseggiarono la loro cioccolata in silenzio.
Fu dopo un bel momento che Adelaide estrasse un foglio di carta dalla manica dell’abito. - Mi sembra il momento adatto per sentire un vostro parere su questo componimento.
- Di che si tratta? – fece Monaldo con noncuranza, posando la tazza sul tavolino.
- D’una strana poesiola del nostro Giacomo.
- Ve la diede egli stesso? – domandò il conte, con un certo stupore. – Mi sembra egli geloso delle sue composizioni. Di recente tralascia gli studi e la seria erudizione per scrivere cosucce che son forse una perdita di tempo. – Scosse il capo. – Mia cara, non sarete voi complice della sua vanità?
- Dio me ne guardi! – esclamò lei, irrigidendosi. – Non vedo pur io di buon occhio il perdersi di Giacomo dietro l’idea d’anteporre l’invenzione propria e peregrina allo studio de’ classici.
- Quindi…
- Quindi non fu egli a parlarmene. Fui io a ritrovarla, in un angolo del suo scrittoio. La copiai su un altro foglio ed eccola qui, pronta per essere riletta.
- Sentiamo.
- Premetto, signor marito, che essa è un poco strana. Oh, non nella forma, ch’io tra l’altro non son atta a giudicare. Ma il suo contenuto, ricopiandola, ha suscitato i me un certo straniamento.
Lesse:

Qual diletto da queste carte,
ond’io al fioco lume
per lenir l’intime mie piaghe vo traendo,
se poi inquieto s’abbandona l’animo mio
vagheggiando un ben più giovevole fruire
di questo nobile sapere?
Sogno fu, quello, oppur visione?
Dire non so, or che il petto trema
ancora al suo ricordo.
Vidi non più fogli e ponderosi tomi,
non più cartacei documenti
ma lo scibil tutto antivedetti:
li pensieri antichi e quelli nuovi che il mondo
ogn’or va visitando, offrirsi al desioso intelletto
con novella forza inusitata.
E l’onirico nume, che visitar volle la mia anima sopita,
mostrommi qual meraviglia fusse
lo pigiare un tasto e riveder con luminoso arredo
offrirsi agli occhi miei tristi e affaticati
ogni nozione
ogni opera dell’italiche lettere e straniere
con prodigiosa improntitudine e gaiezza.
(3 novembre 1817 – notte)

Le parole risuonarono per un lungo momento nel silenzio della stanza fiocamente illuminata.
- Versi davvero singolari… direi astrusi – fece Monaldo, lasciandosi sfuggire un sospiro.
- Come possono esserlo tutti quelli che parlano di sogni.
- Già, egli stesso lo dice. Com’era scritto?
- “Fu sogno, quello, oppur visione”? – rilesse Adelaide.
Il conte si passò una mano sul mento e guardò la moglie con sguardo pensieroso. – Il nostro Giacomo forse è affaticato da tanto studio. Ma proprio per questo dovrebbe dedicare il tempo libero a qualche passeggiata per le vie di Recanati o pei campi, che ora si tingon di gai colori, ancor non spogli e stretti nella morsa del gelo. Dedicarsi invece a codesti passatempi letterari affatica il cervello, che dovrebbe avere, invece, utile ristoro.
- Tanto più – lo incalzò la moglie – che simili fantasie sono alquanto dispersive per l’animo, tanto più per quello del nostro figliolo, così sensibile. Se invece di scrivere stupidaggini, orientasse la mente e il cuore alla preghiera, andasse più assiduamente alle sacre funzioni, ricaverebbe maggior giovamento per la salute sua del corpo, dell’anima e della mente.
Ci fu un breve silenzio. Attraverso i vetri baluginava il chiarore residuo del cielo occidentale. Poi il conte Monaldo disse:
- Gli parlerò, ma senza alludere a codesta strana e, lasciatemelo dire, insulsa composizione.
- Certo – approvò Adelaide, - tanto più che il sospetto che io abbia rovistato fra le sue carte renderebbe me colpevole di insana curiosità ai suoi occhi. Il che, per una madre premurosa, mi sembra ingiusto. – Quindi si alzò e andò a tirare il cordoncino per chiamare la domestica.
La quale prontamente arrivò.
- Questa sera – ordinò la signora – mangeremmo volentieri, come dessert, due caldarroste con un bicchierino di vin santo. Veniva dal cortile un buon profumino, poc’anzi. Non è vero, caro marito?
- Certo, Adelaide, certo… - mormorò Monaldo soprappensiero.

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Re: Novembre recanatese

da vaibhava das » 7 ottobre 2016, 15:53

La perspicacia di Giacomo Leopardi sul futuro dello studio delle scienze fu acuta. Distinta e di buon sussiego la forma del "voi", fra coniugi, timorata e riguardosa. Si, le funzioni della Nona, del Vespero, della Compieta, postmeridiane, e delle Laudes, del Matutino, antimeridiane culminanti nell' Angelus Domini al meriggio in fine dell'ora sesta nelle antifone, ma ad inizio di settima del dì, sono doverose per il volgo, e specialmente agli egregi quali il dotto Giacomo. Cospicua l'esposizione degli eloqui conversi, ed insigne il circostante nobiliare.

epistolarmente, Vaibhava das.

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Re: Novembre recanatese

da malatesta » 7 ottobre 2016, 21:03

Complimenti veri, un brano soprattutto elegante, con un retrogusto ironico che lo rende godibilissimo e fa apparire quasi allegra l'immagine familiare di casa Leopardi.
"L’amore è abbondante, e ogni relazione è unica"
Andie Nordgren

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Giuseppe Novellino
 
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Re: Novembre recanatese

da Giuseppe Novellino » 7 ottobre 2016, 22:31

Grazie per i vostri commenti!

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Re: Novembre recanatese

da f.almerighi » 11 ottobre 2016, 13:20

Giacomo Leopardi scrisse della madre Adelaide:
«Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non procurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù; se resistevano, se cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n'era indispettita, scemava quanto poteva nell'opinione sua i loro successi (tanto de' brutti quanto de' belli, perché n'ebbe molti) e non lasciava passare, anzi cercava studiosamente l'occasione di rinfacciar loro, e far loro ben conoscere i loro difetti, e le conseguenze che ne dovevano aspettare, e persuaderli della loro inevitabile miseria, con una veracità spietata e feroce. Sentiva i cattivi successi de' suoi figli in questo o simili particolari, con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli dell'anima, e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all'educazione de' figli, al produrli nel mondo, al collocarli [...] questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo ed era stata così ridotta dalla sola religione»


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