Il telefono

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Giuseppe Novellino
 
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Il telefono

da Giuseppe Novellino » 27 dicembre 2016, 20:33

IL TELEFONO
Era fissato alla parete, coperto da un panno di lino giallognolo.
– Perché lo tieni sotto quello straccio?
Giuseppe era arrivato in paese la sera prima, dopo un viaggio di mille chilometri, con il resto della famiglia stipato in una Millecento. E finalmente, quella mattina di fine giugno, metteva piede nella casa dei nonni, dopo un anno di assenza.
– Lascialo così, Giusè, non toccare. Quello, il telefono, non deve prendere polvere, se no si rovina.
– Ma nonna… - tentò di obiettare Giuseppe. Lei lo prese per un braccio e lo scostò dall’apparecchio.
Era stato istallato da due settimane e i nonni l’avevano usato una sola volta per rispondere a papà che li aveva chiamati da casa, a Sondrio, giusto per fare una prova e per avvisare che alla fine del mese sarebbero arrivati. Dal canto loro i nonni non si erano ancora cimentati con una chiamata. E così il telefono se ne stava lì, appeso alla parete, come una reliquia. Al suo fianco, il calendario era fermo a tre giorni prima: lunedì 26 giugno 1967. Forse non avevano staccato gli ultimi tre foglietti per paura di avvicinarsi all’apparecchio.
In quel momento, in casa, c’erano solo lui e la nonna. Il nonno era andato a fare quattro passi fino al negozietto del lattaio a comprare una mozzarella.
– Il telefono deve essere usato. Bisogna fare i numeri per chiamare ed essere pronti a rispondere quando suona – provò a spiegare Giuseppe, intenerito dal comportamento dei due anziani, ma nello stesso tempo un po’irritato per la loro arretratezza. Si sentiva in diritto di insegnare, nonostante l’acerbità dei suoi diciotto anni da poco compiuti. Già papà aveva faticato a convincerli a mettere il telefono. I suoi genitori, infatti, non ne volevano sapere e si erano lasciati convincere solo dall’idea di poter comunicare con i figli, che erano tutti residenti al Nord.
– Eh, Giusè, per te tutto è facile – disse la nonna. – E poi, a usarlo troppo si consuma.
Giuseppe lasciò affiorare un sorriso di compatimento. – Non si consuma, nonna. Semmai si paga una bolletta più alta.
– Ecco, vedi che ho ragione?
In qualche modo la nonna aveva avuto l’ultima parola. Scrollando le spalle, lui andò alla porta che dava sul vicolo. Splendeva un sole gagliardo in un cielo terso. Faceva già caldo, ma una leggera brezza rendeva il clima gradevole.
– Le scope, le scope! Donne, comprate le scope.
Il venditore, con una giacchetta marrone e una coppola dello stesso colore, procedeva lentamente nel mezzo della via, portando sulle spalle un fascio di ramazze di saggina.
Giuseppe vi voltò verso l’interno. – Nonna, hai bisogno di una scopa? – No, figlio mio, non ho bisogno di una scopa nuova. Quella che tengo può durare altri dieci anni.
In quel momento squillò il telefono.
L’anziana donna rimase in piedi, accanto al tavolo: immobile, anzi pietrificata. Al suono dell’apparecchio si accompagnava la voce del venditore che si faceva sempre più vicina.
– Non rispondi, nonna? – disse Giuseppe dopo un bel momento.
A quelle parole, la nonna sembrò uscire da una specie di trance. Mise le mani sul fazzolettone che le incorniciava il viso e che teneva allacciato sotto la gola. Gridò:
– Maronna! Il telefono… suona il telefono! – E corse all’uscio, come per cercare aiuto.
– Ti stanno semplicemente chiamando. Devi andare a rispondere. – Ma vedendo che la nonna era terrorizzata e dava addirittura l’idea di voler fuggire, Giuseppe si accostò all’apparecchio e staccò il ricevitore. – Pronto.
E dopo aver riconosciuto la voce di chi stava chiamando, disse alla nonna: – È la zia Teresina… da Ponte Tresa.
Dei suoi figli, Teresina era la preferita. Notoriamente aveva un debole per lei, una premura tutta particolare.
– Teresì, Teresì... Figlia mia! – e si avvicinò con passetti incerti alla parete dove era appeso il telefono.
Giuseppe le allungò la cornetta. – Rispondi, nonna. Ha chiesto se sei in casa.
Con mano tremante, la donna afferrò la nera e pesante cornetta e se la portò all’orecchio con un gesto lentissimo. Gridò: – Pronto… Sei tu, Teresì? Oh, Maronna, da tanto lontano…
Più vicina, anzi molto vicina, si era fatta la voce del venditore. – Le scope, le scope! Donne, comprate le scope.
Poi l’uomo si affacciò alla porta. – Signo’, la vulite accattà ‘na scopa? – No – disse Giuseppe, alla mia nonna non serve una scopa. E poi, non vedete che sta telefonando?
– Ah, scusate – fece il venditore. E si eclissò.

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Re: Il telefono

da lastellachebrilla » 1 gennaio 2017, 23:53

un tempo sempre presente nella memoria di chi l'ha vissuto

ben reso, gradevole lettura

(e forse spunto di riflessione su quello che viviamo oggi
su quello che hanno prodotto i semi gettati da quel '67 in poi, in un'ottica
che da italiana - nordista o sudista che fosse, nordista o sudista che è -
o russa e/o americana, è diventata europea, infine islamista...boh
altro non so)

grazie e buona serata

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Giuseppe Novellino
 
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Re: Il telefono

da Giuseppe Novellino » 3 gennaio 2017, 13:33

Grazie per il tuo commento.

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f.almerighi
 
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Re: Il telefono

da f.almerighi » 3 gennaio 2017, 16:11

un'altra Italia, un altro mondo davvero, sembrano passati non 50 anni, ma cinquantamila! Quello squillo telefonico deve essere stato per loro come l'emozione del primo amore. Bravo, bel pezzo molto brillante e divertente.

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Giuseppe Novellino
 
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Re: Il telefono

da Giuseppe Novellino » 3 gennaio 2017, 18:45

Grazie, Almerighi!

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Re: Il telefono

da malatesta » 16 febbraio 2017, 14:48

Mi hai fatto ricordare mia madre, poco avvezza all'italiano, quelle poche volte che era costretta a rispondere al telefono, si impappinava tra verbi sbagliati e parole inventate, e noi figli di scuola a volerle per questo ancora più bene.
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