Allora fermami!

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Testi caratterizzati da una trama che si sviluppa attraverso azioni e situazioni in cui si muovono i personaggi.
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ZERO
 
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Allora fermami!

da ZERO » 3 maggio 2017, 5:43

Allora fermami!


Per la verità non credo sarei mai potuta diventare una buona narratrice e ancor meno una scrittrice; neanche se avessi puntato i piedi provando a convincere o commuovere chi all’epoca contava.
Il destino volle che alla presentazione del mio primo racconto non vi fossero segni di gradimento da parte dei lettori del sito che allora frequentavo, ed io nacqui nello stesso istante in cui morii.
(si fa per dire, s’intende.)

Ed ora non venitemi a raccontare che i siti letterari sono la più facile via capace di condurre una sconosciuta autrice verso qualche editore importante, perché non è vero! È la nostra presunzione che ce lo fa credere... Ovviamente mi riferisco a quei dove la regola è scrivere con taglio web... ossia cacatine (susate il termine) di mille caratteri spazi esclusi.

Di norma non sono disposta a concedere null'altro di me se non la mia capacità di raccontare e per quanto mi risulta raccontare e prendersi tutta l'emozione e l'attenzione del lettore si deve scrivere senza limiti e soprattutto saper scrivere, senza commenti del tipo... «Ma dove crede di arrivare la stronza!»

Quindi, come accade ancora a molti illusi, allora il mio racconto fu praticamente ignorato ma non del tutto trascurato, poiché un paio di voci di alto gusto si levarono ad offrirmi un tiepido segno di benvenuto e di simpatia.
Però quelle furono le uniche voci che ruppero un silenzio decisamente pesante e tombale e forse fu meglio così, poiché per entrare nel «Club» degli scrittori o narratori o poeti, magari per essere pubblicati da qualche editore importante, bisogna anche saperci stare e la sottoscritta non è mai stata capace di pagare pedaggi. (come era avvezzo dire Montanelli)
Figuriamoci che a volte tento perfino di non pagare quelli autostradali.

Però, ripensandoci, sono quasi certa che quell’evento non fu del tutto infausto, giacché e lo dico con un certo orgoglio, oggi appartengo a quell’eletta schiera di persone che scrivono le leggi.
- Quali leggi? Vi domanderete
- Come quali? Ma quelle che nel bene o/e nel male guidano questa benedetta nazione di scrittori, poeti, artisti, naviganti e di uomini incapaci di fare politica, tutti inclusi... ovvero quegli uomini che sebbene possano vantare qualifiche importanti, non sono immuni dai nostri stessi difetti e le nostre fobie e come tanti non sono assolutamente in grado di presentare un testo, né decente né comprensibile, che illustri le loro leggi, tranne uno di loro e immagino non sia difficile comprendere chi sto citando.

Di loro, di quei signori con sorrisi a 24 carati e delle interpellanze d’alta scuola, potrei raccontare aneddoti divertentissimi, sempre che volessi rischiare l’impiego o buscarmi qualche querela con risarcimenti miliardari, quindi non ne parlerò, limitandomi ad una semplice considerazione «Cosa ne dite, mi sono presa una bella rivincita?»

Beh, dovete sapete che sono uno strano tipo di donna che ha imparato a farsi rispettare e farsi i fatti propri, ma con un difetto e cioè... quando inizio a fare chiacchiere sulla carta non la smetto più... Quindi in poche parole ecco di cosa si tratta.
Desidero provare a riproporre quel mio primo racconto... Esatto, proprio quello che fu accolto nella massima indifferenza.

So bene di non poter più contare sulle due voci che all’epoca illuminarono per pochi attimi il mio orizzonte letterario poiché di esse se n’è perduto l’eco.

Il Velasco Crispi, libraio in Roma, anni fa ebbe la sventura di attraversare una strada di periferia al tramonto (vale a dire quando la luce del sole viaggia quasi orizzontalmente alla Terra e annebbia il cervello oltre che la vista) mentre qualcuno, di cui mai si seppe il nome, aveva deciso di provare in quanti secondi la sua stupidità e la sua automobile sarebbero riusciti ad uccidere una persona con partenza da fermo.

Della dottoressa Liliana Offenbach, mia mitizzata professoressa di lettere in uno dei più scalcinati licei romani, non ebbi più notizie.

Orsù dunque, iniziamo. Questa storia di fantasia risale a qualche anno fa, quando vivevo una Roma sonnacchiosa e indolente com’è sempre stato suo costume.

«- Bene, bene, bene, proprio oggi, mentre navigo in Internet senza una meta precisa, improvvisamente m’imbatto in te.
- Segno del destino?
- Non lo so. Certo è che il modo come mi sei apparso deve pur significare qualcosa, ma cosa?
- Segno del destino, non c'è dubbio!
- Si, è probabile, ma poi questi cosi detti segni del destino, una come me dovrebbe riuscire ad interpretarli e invece osservo il giorno nascere lentamente e tutto diventa segno, ammonimento, premonizione.
- Vuoi che mi distacchi?
- Ma no! Tu non c'entri... Di punto in bianco mi hai chiesto ch’io sia.
- Ho sbagliato?
- No! Magari avrei dovuto sorprendermi e invece scopro di avere bisogno che qualcuno s'interessi a me.
- Non è necessario
- Invece dovrei dirti chi sono. Raccontarti di me, dei miei problemi
- se proprio lo desideri, ma ti avverto non sono molto paziente
- Va bene, tanto cosa ci perdo a parlarti della mia storia. Raccontarti di quella che sono oggi... forse riusciresti a capirlo e forse potresti aiutarmi nella mia ricerca, darmi un suggerimento.
- La prendi alla lontana?
- La prendo alla lontana? Hai ragione, per abitudine risalgo sempre alle origini
- Non abbiamo molto tempo
- Tu forse! Io ne ho quando basta, mentre del tuo m’importa poco. Oh guarda che se ti annoi puoi lasciarmi al mio destino, se non altro scrivere mi servirà a chiarirmi le idee.
- Non mi annoi, vai avanti
- Prima dobbiamo tornare indietro di quarant'anni almeno.
- Preistoria?
- Preistoria per te che immagino giovane e impaziente, l'altro ieri per me che di anni ne ho tanti... Mia madre, una donna amareggiata da un matrimonio arido e vissuto come sacrificio, che mi diceva: «Ricorda, gli unici capitali di una donna sono la bellezza e la verginità» ed io per anni mi sono chiesta perché mai gli uomini fossero attratti più dalla verginità di una donna che dall'intelligenza, dalla simpatia, la sensibilità e tutte quelle belle qualità che raramente si notano in una persona sola
Avevo i miei dubbi, ma comunque ero sempre a posto, molto bella e molto vergine.
Però, pensa a quanto fui stupida, volevo essere amata per tutto il mio insieme, desideravo l'amore. Quello vero, non quello quotidiano e banale, ma L'AMORE con i violini, con i baci che sanno di miele.
- Immagino sia un desideri legittimo
- Balle!!!! Intanto, ero arrivata a vent'anni e di baci non ne avevo dati a nessuno, amore meno che mai, ma mi tenevo strette la mia bellezza e la mia verginità nell'attesa di un principe azzurro sul cavallo bianco...e vissero insieme felici e contenti, stucchevole, vero?
- Hai ragione
- Se proprio vogliamo dirla tutta ce l’avevo uno straccio di principe azzurro, ma si vedeva già d’allora che il mio ranocchio non sarebbe mai diventato un vero principe e tale è rimasto... Ti annoio?
- No, vai avanti
- Di tanto in tanto si affacciavano all'orizzonte vari «buoni partiti» che sdegnosamente rifiutavo, il mondo del lavoro si rivelava pieno di uomini crudeli che insidiano le povere creature...
- Quali?
- Come quali? Quelle come me! All'università le cose andavano meglio, anche se la facoltà me l'aveva scelta il principe azzurro di mia madre e ad un certo momento decido che è ora di sposarmi, soprattutto per non sentire più i rimproveri dei miei che mi accusavano di mandare all'aria tutti i loro progetti, ma che in realtà vivevano nel terrore di ritrovarsi con una figlia che oltre ad essere «femmina», pian piano sarebbe diventata sempre meno bella e forse anche meno vergine... Stai ridendo, vero?
- Niente affato!
- Mi sposo il ranocchio, un uomo che ha tutta l’apparenza d’essere un buon uomo affettuoso e qui commetto il primo grosso errore, scopro con molto ritardo di non esserne innamorata.
- Ahi!!!
- Oltre che un errore è anche una cattiveria nei suoi confronti, ma ero probabilmente troppo presuntuosa per preoccuparmene. Gran festa dei miei (con sospiri di sollievo), velo rigorosamente bianco, baci abbracci, rosso tramonto sullo sfondo, dissolvenza, fine del sogno.
- La fine dell'amore?
- Altro che fine e principe azzurro con o senza nanetti, prima notte da incubo con corsa in ospedale (lui era un po' brutalone e sbrigativo), addio università... però mi resta: lavoro, marito e figli. Beh e che storia è dirai tu.
- Infatti me lo domandavo
- E una storia del mio del quotidiano in cui c'erano tutte le piccole cose che mi facevano sentire inutile e stupida e non amata e sola e colpevole e...
- Riprendi fiato
- Tradimenti da subito... Con il primo ci fù dolore e rabbia e indignazione e vergogna, poi i sentimenti si sfumarono e non è che soffrii di meno, lo feci in modo diverso. L'amore non c'era prima figurati dopo, però c'erano i figli. Santi, amati, desiderati, benedetti figli...vado avanti?
- Sono qui, no?
- Grazie...e allora andai avanti sorridendo, nascondendo i lividi (lui rimase brutalone) e sorridendo; coprendo le numerose amanti e sorridendo; feci la moglie, la madre, l'insegnante, la confidente sorridendo ma non mi sentii mai donna, non si può avere tutto dalla vita.
- Quanti figli?
- Due... ma poi i figli si sposano, la gioia, la spinta, la motivazione della mia vita, con quei due matrimoni presero il volo. Rimaneva lui al quale chiarii che ora che non c'erano più i figli, per cui avevo soffocato in gola le grida, la nausea, il dolore, ora volevo tornare mia.
- E lui?
- Non replicò…nel frattempo lo accudivo, gli facevo trovare una casa accogliente, ricevevo i suoi amici con garbo e competenza, sorridevo radiosa in modo che potessero vedere quanto fosse fortunato e BASTA.
- E basta?
- Si! A proposito, i suoi amici nel corso degli anni mi hanno corteggiato, mi hanno fatto molte proposte, mi hanno fatto capire o addirittura detto che loro al posto suo... Uno di loro mi ha addirittura... ma questa è un'altra storia.
- Tu la chiami storia? Io la chiamerei inferno!
- Questa è la stata mia vita, superando la tentazione di sparire, sì, hai capito bene, in modo definitivo. Fuori mi sono appesantita, sono invecchiata, imbruttita... ma dentro ho ancora sedici anni e sono sempre in attesa del principe azzurro.
- Ancora? Dopo tutta l'esperienza fatta?
- E sorpresa... il principe azzurro arriva sul serio. Ovviamente non giovane, ma bello, intelligente, sensibile, generoso, affettuoso...
- Ma non sarà troppo?
- No! Quest'uomo meraviglioso dice di essersi innamorato di me, proprio di me e io che faccio?
- Ho paura di saperlo
- M'innamoro come succede una sola volta nella vita, con abbandono, passione (si anche quella), tenerezza, speranza e gioia, una gioia infinita che mi brilla negli occhi e mi rende persino bella... Dio! La meraviglia di quei giorni, quando facevo le mille cose che avevo sempre e soltanto immaginato e io sono lì, le vivo in un incanto forse ridicolo visto dall'esterno, ma che era magia pura, era rinnovarsi, rinascere, vivere, insomma era AMORE.
- Beh, cosa vuoi di più?
- Un giorno, un contatto telefonico (succedono ancora) mentre lo stavo chiamando proprio per dirgli soltanto «ti amo, quando ci vediamo?» lo sento mentre sta parlando al telefono con un amico e parla di me, proprio di me, di quanto sono ridicola e di come sono affamata di sesso e del mio fisico pesante e del modo vorace e inesperto di fare l'amore.
- Che figlio di puttana!
- Io ascolto e poi chiudo la comunicazione, piano, con delicatezza e mi riconosco in quella donna vecchia e brutta e ridicola che li ha fatti tanto ridere e non mi chiedo neanche «ora cosa farò?», ma so già benissimo che cosa devo fare.
- Cosa?
- Intanto ignorare la cosa, lui non doveva sapere che avevo scoperto; non mi passò neanche per la mente di chiudere la storia in un estremo sussulto di dignità, meglio far finta di niente, che lui non conosca mai la mia umiliazione e magari ci rida sopra.
Ci pensai e ci ripensai mentre il dolore mi straziava, la vergogna mi distruggeva, la solitudine mi cadde addosso e mi fece piangere dentro, dove fa più male, dove nessuno poteva vedere le mie lacrime e nessuno poteva consolarmi.
Feci anche la razionale: «in fin dei conti c'era di peggio nella vita; non ero malata, i miei figli stavano bene, avrei sempre potuto tornare a far la vita di prima» e mentre lo pensavo sapevo che non sarebbe stato possibile.
Posso combattere la sofferenza, il dolore può darmi coraggio, le sfide si possono vincere, ma la vita di prima no.
Una vita senza ideali, senza speranza, senza amore, basta, ne avevo abbastanza, meglio...
- Meglio cosa?
- Beh, ho deciso, sono arrivata al capolinea, ed ora voglio scendere. Ho messo da parte tante piccole, benedette, pasticche. E' per oggi.
- Non dire idiozie
- Poi stamani, su Internet, incontro te e mi viene voglia di raccontarti tutto. Non ti conosco e tu non conosci me, quindi posso essere sincera... Dio come vorrei che tu fossi capace di offrirmi un'altra possibilità.
- Possiamo parlarne
- Vuoi davvero provare a fare il miracolo e dare un altro finale a questa storia? Allora fermami! Fammi vivere!»


Cosa ne dite? Avevano ragione loro? Si… o no?
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Re: Allora fermami!

da vaibhava das » 3 maggio 2017, 9:02

I personaggi di codesta commedia muovono a compassione. Sarebbe stato migliorativo, ulteriormente, il lieto fine, per quanto, in caso, aggiuntivo.

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Re: Allora fermami!

da galatea belga » 3 maggio 2017, 11:07

Mi è piaciuto... anche se l'inizio poteva essere un po' più diretto per i miei scarsi...gusti.

Alla prossima !

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Re: Allora fermami!

da f.almerighi » 9 maggio 2017, 13:14

io ne farei due pezzi, come in realtà sono

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ZERO
 
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Re: Allora fermami!

da ZERO » 9 maggio 2017, 15:38

Grazie per i graditi commenti.

Aristotele soleva affermare che... "anche la vita (come il dramma) è fondata sull'azione e lo scopo della vita è un'azione, non una condizione. I caratteri determinano la differenza, ma l'azione la felicità o la sventura".
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